Quando si pianifica un viaggio all'estero ci sono molte cose da organizzare e svariate domande a cui trovare una risposta.
Le mie di solito sono:

1) e se sto male?
2) e se sto male di una cosa per cui non ho portato la giusta medicina?
3) e se sto male e non ho la medicina e non c'è una farmacia?
4) e se sto male e non ho la medicina e non c'è la farmacia e non si trova nemmeno un dottore?
5) e se poi muoio?

Per queste e per altre mille catastrofiche ragioni che la mia mente e il mio cuore hanno partorito nelle ultime settimane, ho investito l'equivalente in oro del mio peso in un'assicurazione sanitaria che copra qualunque (tragica) eventualità. Ho, purtroppo, fatto l'errore di leggere e studiare ogni singola clausola presente nel contratto e ho notato, con enorme disappunto ma soprattutto enorme ansia, che la suddetta assicurazione non copre gli atti di terrorismo e le contaminazioni radioattive.
Incapace di accellerare i trattati di pace tra la Nazione che mi ospiterà e chiunque le voglia male (vado negli Stati Uniti, voglio dire, andassi in Svizzera sarebbe tutto più veloce) e dopo aver controllato di non poter stivare in valigia alcuna tuta anti-radiazioni gamma (maledetta Lufthansa e le tue stupide restrizioni), mi rassegno a partire.
Ma prima vorrei procurarmi un po' di dollari: un'amica mi ha suggerito di prenderne di piccolo taglio per le mance.
Niente di più facile.
E che ci vuole.
Tsk.
Vuoi che in banca mi facciano problemi?
Per 250 dollarini in tagli da 10 e 20?
Una banca come la mia? Una delle più grandi Banche d'Italia?
Sai cosa ti dico? Ci vado subito!

"Buongiorno, vorrei ordinare 250 dollari in tagli da 10 e 20. Me li addebita sul conto, per favore."
SILENZIO.
(Da quando vivo a Rimini, il SILENZIO è una delle reazioni che ho più frequentemente ad ogni mia richiesta. Le cose sono due: o faccio domande estremamente stupide e il SILENZIO serve per trattenere una fragorosa risata, oppure i tempi di reazione sono inversamente proporzionali all'altitudine di questa città balneare).
"Si può fare, vero?" insisto.
"Ah dì, come no. Lei ce l'ha il conto qua?"
"Sì, e il numero è scritto su quel foglietto che le ho appena dato e che lei regge in mano."
"Ah dì."
(intercalare riminese che anche io ho assimilato dopo 2 giorni che vivevo qua e che, a distanza di un anno, non saprei con che altro sostituire e che mi sembra indispensabile in ogni conversazione. Ah dì, provateci voi a farne a meno.)
Dopo una quindicina di minuti in cui il cassiere ha:
strabuzzato gli occhi;
sospirato tristemente;
fatto spallucce;
domandato a più riprese cosa volessi e perchè;
mi ha scritto su un foglietto il suo nome e numero diretto di telefono facendomi giurare che avrei chiamato prima di passare a ritirare i soldi.
"Perchè?" ho chiesto ingenuamente e senza alcun rispetto per il sudore che grondava dalla fronte di quest'uomo.
 Mi ha risposto (e cito testualmente) così:
"Ah dì...la cassaforte...almeno mezz'ora...a tempo...disponibilità...mica posso farlo così...ah dì..."
Non indago oltre.
Quindi me ne torno a casa un po' stanca e provata dall'avventura ma decisamente fiduciosa e piena di speranza.

Al giorno stabilito e all'ora stabilita...destino vuole che io non sia a casa, pronta a fare la telefonata pre-prelievo dei dollaroni, ma a venti metri dalla banca.
Il dubbio mi assale: che faccio?
opzione A:
torno a casa e telefono alla banca chiedendo se posso...tornare dov'ero, cioè di fronte alla banca, entrare e  ritirare i soldi.
opzione B:
rimango di fronte alla banca e chiamo con il cellulare chiedendo se...posso entrare a ritirare il malloppo.
opzione C:
me ne frego di tutto e di tutti e, sprezzante e audace, entro baldanzosa in banca e chiedo ciò che mi spetta: 'sti stramaledetti 4 soldi americani.

Sfortunatamente, essendo pigra e spilorcia, ho scelto l'opzione C, quella che mi avrebbe risparmiato fatica e denaro.
Sfortunatamente, dicevo, perchè, ca va san dire, i dollaroni non sono accessibili. L'uomo allo sportello ci ha provato, questo va detto. Si è alzato, si è diretto verso innumerevoli porte in fondo a lunghi e oscuri corridoi, alcune le ha aperte e altre, invece, le ha solo sfiorate mormorando magiche parole ancestrali che non hanno, purtroppo, sortito alcun effetto.
L'ho visto, stanco e sfiduciato, maneggiare chiavi, tesserine e codicilli, spostare pile di pratiche, sfogliare innumerevoli cartelle e cercare, con sguardo disperato, un cenno di aiuto da parte dei colleghi ma niente. NIENTE.
"Ah dì...almeno un'ora...forse di più...doveva chiamare...so che ci sono...ma chissà dove...poi magari li hanno presi...la cassaforte...il caveau..."
"Senta scusi ma non è che invece di 250 dollari lei me ne ha ordinati 250mila? No, così, sa, a volte...tutto sto casino..."
Ma no, non è così. Dovevo chiamare prima. Lo sapevo.

Un paio di giorni dopo, diligente come la prima della classe, chiamo DA CASA e, con piglio deciso, affermo:
"Io passo alle 12 a ritirare i dollari."
"Ah dì...allora alle 12 ci sentiamo..."
CI SENTIAMO?
"No, no, scusi. IO ALLE 12 PASSO A RITIRARE."
E speriamo che abbia capito perchè non sono una tipa che si impone e solo a dirgli così già mi tremano le gambe. Ho anche la tentazione di richiamarlo e chiedergli scusa se sono stata troppo decisa. Ah dì, sono fatta così.
Ma mi trattengo e, alle 12 spaccate, entro trionfante in banca, sicura che oggi tutto avrà una fine.
"Salve, son qua per..."
Non mi lascia nemmeno finire:
"I dollari, sì. Ci sarebbe un problema. Che poi a vedere bene non è che sia proprio un problema..."
SILENZIO. (mio, suo, di tutta la filiale, di tutto il quartiere. Potrei giurare che per un istante l'asse terrestre si sia fermata)
"Lei voleva i dollari in taglio da 10 e da 20, vero? Io ce li ho solo da 50."
ma porc#*#*.
"Va bene, fa niente. L'importante è averli."
"Ah dì, le dico cosa potrebbe fare: vada alla nostra filiale DIETRO L'ANGOLO e chieda se glieli cambiano, loro hanno sempre un sacco di dollari pronti allo sportello."
Ah, davvero?
E non me lo poteva dire prima? Magari quando sono venuta a chiederle dei dollari la prima volta?
SILENZIO
SILENZIO
SILENZIO
"Ah dì..."











LA PROVA FOTOGRAFICA

GIOCO DELLA SETTIMANA: trova la lettera E.
Una volta trovata la lettera E, prosegui fino alla F, svolta alla G (come? non c'è la G?....ahhh ma la G c'è, non si vede, ma c'è: è qui) e poi, goniometro e carta millimetrata alla mano, CREA i padiglioni H, I, L, M e N.
Finiti i regolari tempi di progettazione e costruzione (comprensivi di ritardi, scioperi, mazzette, appalti, subappalti e mancate consegne), puoi finalmente recarti al padiglione O dove ti verranno date ulteriori istruzioni.
(tra cui anche delle preziose ma alquanto inutili indicazioni su come raggiungere il famigerato tunnel)

continua...



Le due barre nere a lato sono l'entrata e l'uscita. O l'Inferno e l'Inferno.
Lasciate ogni speranza, o voi ch'entrate.

Con le prime giornate di sole la neve si scioglie, la gente si spoglia e io faccio un day-hospital.
Così, tanto perchè al mare fa ancora freddo, il centro commerciale è sempre pieno e non trovo mai nessuno per bere un aperitivo in centro.
L'ospedale di Rimini è grande, nuovo e diviso in scale.
A, B, C, D...e basta da quanto ho capito.
Sembra facile, no?
Già: sembra.
L'appuntamento è al quarto piano della scala B (BI COME BOLOGNA, mi urla l'infermiera al telefono, NON DI COME DOMODOSSOLA, HA CAPITO?).
Cosa ci vorrà mai ad arrivare al quarto piano della scala B, sarà dopo la scala A, no?
No.
Cioè sì ma anche no.
Il fatto è che per accedere alla scala A bisogna...arrivare alla scala A.
All'entrata non ci sono indicazioni alle scale ma solo verso l'uscita e, essendo uno appena entrato, il cartello "uscita" non lo considera nemmeno.
All'entrata, dicevo, bisogna salire al...piano terra, o inframezzato o quello che è, perchè solo da lì si accede alle scale.
Insomma devi salire una scala per poter arrivare alla scala. Non fa una piega.
Arrivata al piano "x" seguo l'indicazione per le scale e passo la A...e arrivo alla...C!
Come alla C?
E la B?
Torno indietro.
La B è inglobata nella A quindi devi prendere l'indicazione per la A se vuoi poi giungere alla B.

(Prendete pure appunti se volete, so che non è facile.)

Arrivata alla porta della scala B mi trovo davanti una cosa strana: una scala.
E' esterna, per raggiungerla devo uscire sulla scala antincendio e passare due porte.
Se non piove e tira vento e non c'è nessuno che si sta fumando una sigaretta, sono a posto.
La scala B è pulita, semplice e sgombra ma soprattutto è dotata di ascensore (non so se si chiami ascensore B, chi può dirlo) che io uso perchè vabbè tenersi in forma ma devo arrivare al quarto piano e, visto che non ho capito da che piano parto, nel dubbio mi risparmio la fatica.
Uscita dall'ascensore, ovviamente, mi ritocca fare: porta-scala antincendio-porta e arrivo in reparto.
A questo punto già mi sento una strafiga perchè non mi sono persa, spacco il minuto e non ho nemmeno un capello fuori posto.
Ma poi l'infermiera mi consegna la mia cartella clinica e mi dice "passi il tunnel e vada a fare l'esame, poi vada alla scala C di lato a fare l'eco, poi torni qua, anzi alla scala D in reparto così le prelevo il sangue. Lei è a digiuno, vero?"
Ecco, lì ho smesso di sentirmi strafiga, mi veniva un po' il magone e mi tornava su la brioches col caffellatte.

continua...

Sarò breve



Anche qui c'è la neve.

Se trovate un'immagine più emblematica di questa, danzo nuda al compleanno del vostro primogenito.



Ho vinto io, vero?

(Per i più testardi e impavidi: datevi una mossa, vi avviso che ho già una certa età...)

“Alzati, Donna, alzati e affronta il giorno che ti attende.”
“Non so se ce la faccio. E’ ancora buio là fuori, buio e freddo.”
“Non pensare a ciò che c’è fuori, Donna. Alzati e segui il tuo destino. E’ segnato. Ora lascia che io torni al mio meritato sonno.”
“Vado.”

Lei si alzò e mise il piede destro, nudo e spaventato, sul freddo pavimento marmoreo.
La tentazione di ritrarlo e nasconderlo sotto le calde coperte era forte, quasi irresistibile ma Ella sapeva che era suo dovere alzarsi da quel confortevole giaciglio e guardare in faccia ciò che l’attendeva.
Raccolse dalla sedia i vestiti prepararti la sera prima e cercò, nel buio della casa ancora dormiente, un luogo accogliente e meno gelido in cui cambiarsi e prepararsi all’uscita.
Passò davanti alla cucina ed ebbe la tentazione di entrarvi per cercare qualcosa di dolce e caldo da mangiare o bere ma si ricordò subito della sua destinazione e tirò dritto.
Si avviò verso l’uscita e, con mano tremante, aprì l’uscio di casa. Subito una folata di vento gelido la respinse e lei dovette aggrapparsi alla porta per resistere. Piegò in avanti la testa, alzò il bavero della giacca e cominciò il suo cammino.
Le strade erano ancora vuote e silenziose. Ogni suo passo risuonava nell’aria come un’eco lontano e triste. Alzava gli occhi raramente e solo per accertarsi di non sbagliare strada. Ella non voleva, in alcun modo, prolungare questa mattiniera camminata al gelo.
Giunse a destinazione stanca e infreddolita. Nel suo cuore era ancora vivo il ricordo delle calde coperte e del morbido letto. Ma non si perse d’animo e cercò di non indugiare oltre. Dopo un breve momento in cui cercò di riscaldare le sue povere membra, si rese conto che doveva, di nuovo, cambiarsi d’abito.
Il luogo in cui era giunta si affollò in breve tempo ed Ella, confortata dal calore umano ma anche intimidita dalla presenza di tanti estranei, si rintanò in un angolo e si denudò.
Infilò il costume e cercò la cuffietta gialla. Un pensiero la scosse:
“Acquagym 3 volte alla settimana. NON CE LA POSSO FARE.”

COSE DA NON FARE

5 COSE DA NON FARE PRIMA DI UNA VISITA MEDICA

1) non ingozzarsi di peperonata, onion rings e patate lesse fredde due minuti prima di uscire. Direttamente dalla pentola. In piedi.

2) non dimenticare a casa:

- navigatore;
- cartina della città;
- cellulare.
Soprattutto se non conoscete bene la città e non sapete a che numero civico dovete andare.

3) non uscire senza spiccioli per il parcheggio e finire a incastrare la macchina tra due enormi alberi secolari sotto casa di una vecchietta che vi guarda minacciosa dalla finestra e libera i cani che, miracolosamente, non riescono a saltare la staccionata.

4) evitare, a 5 minuti dalla visita, di entrare nel mega-supe-iper magazzino cinese a cercare un micro-mini-ipo vasetto rosa con i semi delle fragoline. (è esaulito, signola.)

5) non andare a fare un'inesistente pipì nei bagni del poliambulatorio hi-tech solo per vedere come sono fatti e lasciare che la receptionist con l'auricolare e la divisa venga a bussarti per dirti che è il tuo turno.

5 COSE DA NON FARE DURANTE UNA VISITA MEDICA:

1) non dire: "Sto bene, molto bene, grazie." A quel punto il medico, imbarazzato, vi chiederà cosa ci state a fare lì.

2) non rovesciare anni di scartoffie, esami, lastre e referti sul pavimento dell'ambulatorio. E' molto probabile che la carta più importante sia quella che non troverete più.

3) non grugnire quando vi ricordate di non esservi depilate due nanosecondi prima di togliere i pantaloni.

4) evitare di rispondere "25!" quando vi viene chiesta l'età. Visto che ne avete 11 in più.

5) non salutare dicendo: "E' stato bello, grazie."

5 COSE DA NON FARE DOPO UNA VISITA MEDICA

1) dimenticare il nome della via in cui avete parcheggiato.

2) decidere, quindi, di fare un giro in città e, quindi, di perdersi ancora di più.

3) mangiare un gelato alla soya. (perchè il gelato alla soya, fondamentalmente, non è gelato. E non sa di niente. E non ti toglie la voglia di dolce.)

4) Ritrovare l'auto e perdersi. In auto, questa volta.

5) Arrivare a casa e non telefonare alla mamma per dirle come è andata la visita così da farla stare in pensiero tutta la notte.

Essere malati è un lavoro a tempo pieno, ve lo dico io.

QUA-QUA-QUA-QUANDO

Quando lavi la lavastoviglie...
Quando al supermercato cerchi il detersivo per le fughe delle piastrelle del bagno che sono comunque coperte dal tappetino...
Quando sbrini il frigo due volte a settimana...
Quando esci sul balcone solo per pulire le vetrate anche da fuori...

è giunta l'ora di trovarti un lavoro.
O andare dallo pischiatra.
O fare un figlio.
O tutte e tre.

When you wash the dishwasher...
When you look for cleansers for the tiles in the bathroom that are already hidden by a carpet...
When you defrost the fridge twice a week...
When you go out on your balcony only to clean the glass-door...

it is just about time to find a job.
Or go to the shrink.
Or have a baby.
Or all of them.

TANTI AUGURI DA ME, DAL MIO OMETTO E DAL NOSTRO ALBERELLO. (ADDOBBATO COME UNA PUTTANA D'ALTO BORDO)

LA PROSPETTIVA

Dicono di cambiarla spesso. Dicono che cambiare punto di vista aiuti.
Io dico di no.
So che nella vita è importante analizzare tutti gli aspetti di un problema.
So anche che cambiare atteggiamento verso una situazione, può addirittura cambiarla.
So queste cose.
A volte, invece, cambiare fa male. E' deleterio, è dannoso.
Non solo nelle grandi cose ma anche e soprattutto nelle piccole.
Io ho cambiato casa e fino a qua penso mi sia andata bene perchè è una casa grande, ci stanno tutti i miei mobili e ho un bel balcone da riempire di fiori.
Ma avrei dovuto fermarmi qui, non sarei dovuta andare oltre. Era già un grande cambiamento e avevo avuto fortuna. Mai tentare la fortuna, mai forzare il destino.
Poi un giorno ho pensato: visto che è una casa NUOVA, forse dovrei trovare anche un NUOVO modo di pulirla. Se all'altra bastava poco perchè era nuova e ci avevo abitato solo io, a questa dovevo fare più attenzione, dovevo andare più a fondo.
E ho cambiato prospettiva.
Dall'angolatura a 90gradi che tenevo pulendo l'insidioso pavimento del bagno, sono passata a 180 maledettissimi gradi.
Ho scoperto quindi che c'è una piastrella rotta dietro al wc e che si intravede un'inquietante parete fatta di...nulla.
Gli angoli del bagno sono infestati da microparticelle di sporco e polvere che io ormai vedo come gigantesche sconfitte delle mie doti casalinghe.
Esistono luoghi dietro i sanitari in cui riesco a vedere strati di trascuratezza millenaria ma...non riesco ad arrivarci con alcuno strumento inventato dall'uomo. (tranne il fuoco...il fuoco raggiungerebbe ogni cosa. Meglio non fissarsi su certe cose)
Tutto ciò e molto altro infestano le mie notti.
Mai cambiare prospettiva. Quella fetta di mondo che vediamo è più che sufficiente.

Chiedetemi se...

Chiedetemi se è facile trovare un antennista a Rimini.

Su, dai, chiedetemelo!

E allora?

Ebbene sì: è facile trovare un antennista a Rimini. Anzi: facilissimo.

Ce ne sono mille, forse di più, nessuno saprà mai il numero esatto.

Il problema comincia se ne devi trovare uno che, magari, vuoi far venire a casa tua.

La casa nuova è in una zona residenziale: tante belle casette, un piccolo parco e i bimbi in bici.

Negozi? Zero.

No, beh aspetta un attimo, non proprio zero.

Uno ce n’è: è un antennista.

“Buongiorno! Mi sono appena trasferita in una casa qua accanto. Devo far spostare il cavo dell’antenna e…”

“Ah dai! Ma tipo da parete a parete?”

“Esatto! Non so perché hanno messo l’attacco in quell’angolo quando è evidente che non possa andarci un televisore!”

“Succede spesso, è che chi progetta le case poi non le deve vivere e allora non ci pensa a ‘ste cose.”

“Vero, verissimo. Quindi mi servirebbe che venisse a casa, sto qua accanto come le dicevo e…”

“Non posso.”

“Ah beh non intendevo subito. Ha il negozio aperto, lo vedo. Uno di questi giorni magari, eh? No? Perché no?”

“Perché non lavoro a domicilio.”

“Ah ecco.”

SILENZIO.

IMBARAZZANTE.

QUALCUNO DICA QUALCOSA.

“Scusi sa se mi permetto, è che mi sono trasferita da poco, non conosco nessuno. Non saprebbe mica indicarmi un antennista che viene a domicilio?”

“Sì.”

SILENZIO.

INQUIETANTE.

ORA ME NE VADO.

“Quindi?”

“Quanto conosce di Rimini?”

“Mi dica pure la via, ho il navigatore.”

SECONDO TENTATIVO

“Buongiorno, avrei bisogno di un antennista.”

“Sei nel posto giusto!”

e il commesso ultracentenario mi fa cenno di guardarmi attorno: televisori e cavi ovunque, a perdita d’occhio.

NON MI FIDO

“Un antennista A DOMICILIO.”

Non l’avessi mai detto.

Nooooo, no no no. Mica c’è! E come si fa? Ma lei deve capire: la stagione…gli hotel…gran lavoro…almeno 3 settimane…senza garanzia…ma nooooo, no no no!”

L’ho fatto intristire questo pover’uomo, quasi quasi mi fa pena. Io di sicuro gli faccio pena. Si scusa, scuote tristemente il capo, continua a mugugnare e io cerco di defilarmi mentre inizio a pensare a come spostare i mobili della sala in funzione di quell’unica, sfigatissima, presa tv.

Ma lui mi blocca e balbetta: “Ci sarebbe un negozio…là in fondo…qua dietro (qua dietro o là in fondo, vecchio?)…ma non so…veda lei…”

IO CI VADO.

TERZO TENTATIVO

“Buongiorno!!! (Mai perdere l’entusiasmo in certe cose). Avreibisognodiuntennistadomicilioseleinonpuòperfavoremeneindichiunograzie.”

(accorciamo i tempi)

“Vede quel negozio là dopo il semaforo?”

“Sì, è una ferramenta.”

“Ecco, vada lì e chieda di Giorgio, ma solo di Giorgio, eh! Mi raccomando non parli con nessun altro! E vedrà che lui una mano gliela dà.”

Mi chiedo se ci sia anche una domanda in codice da porgere a questo Giorgio, tipo: il pesce abbocca all’amo, come procedo? E magari lui deve rispondere: tiralo in barca. E questo significa che viene a casa mia a fare il lavoro dell’antenna entro domani. Chissà.

QUARTO TENTATIVO

Giorgiogiorgiogiorgiogiorgio, cerchiamo di non far casino, devo parlare solo con lui del mio “problema”.

E se c’è più di un commesso? E se non hanno il nome sul cartellino? E se c’è tanta gente? E se il negozio è enorme e io mi ci perdo?

E se…e se…un momento: questa ferramenta sarà grande sì e no 20mq, c’è un unico bancone a cui rivolgersi e dietro c’è solo…

“Giorgio?”

“Dimmi tutto!”

Beh mi piacerebbe cominciare chiedendoti se fa male quel piercing che hai lì in quel posto…brrr…oddio non voglio pensarci, e se quel tatuaggio rappresenta veramente quel che penso io e magari se quella cosa in testa sia effettivamente…non voglio pensarci!

STAY FOCUSED.

“Avrei bisogno di un antennista, a domicilio, per spostare un cavo da una parete all’altra.”

“Niente di più facile, bimba.”

AH. AH. AH.

Se non mi avessi detto bimba ti avrei sputato in faccia, a questo punto del pomeriggio.

“Prendi carta e penna e segna.”

(letteralmente perché mi ha lanciato un block notes e una penna)

Mi dà il numero di Denis che, preciso come un antennista riminese, viene a fare un sopralluogo nel giorno e all’ora concordati.

Poi mi promette anche che viene a fare il lavoro e che costerà poco.

Ma quella è tutta un’altra storia…

In realtà l'ho avuta mille volte in questi "n" mesi in cui non ho mai postato. Poi, però, mi dicevo: Cosa scrivo? Perchè lo scrivo? Come lo scrivo?
Pessime domande da porsi, tra l'altro, ben poche volte in un'intera vita. E invece io me le sono fatte talmente tanto spesso che quasi quasi stavo per trovare le risposte. Ma poi no, non le ho trovate.
Quello che ho trovato, invece, è stato il blog http://laportadimelian.blogspot.com/ che ho tra i preferiti sul pc e che inserirò anche tra i preferiti del blog. L'ho letto (ci passo spesso) e ho notato due cose:
1) per un verso o per un altro, stiamo vivendo le stesse cose
2) ha il mio blog nel suo blogroll
e allora è come se mi avesse aiutato a fare quel piccolo passo che mi mancava per poter tornare ad aggiornare il mio spazio.
Gli altri passi di avvicinamento li avevo fatti con chi, generosamente, leggeva il mio blog prima (4P e Nua per esempio), con la Luisona piccolaluisona.blogspot.com/, con gli amici a cui piace quello che scrivi e con tutti quelli che ti sostengono, no matter what.
Il fatto è che non sono, per ora, in grado di continuare la storia che avevo cominciato, la storia della mia malattia. Un po' perchè è già da un po' che se ne sta buona buona lì dov'è, cioè rompe ma non troppo e non vorrei che si destasse sentendosi chiamata in causa. E un po', anzi soprattutto, perchè la mia vita è talmente cambiata negli ultimi mesi che non potrei scrivere d'altro.
A maggio ho impacchettato casa mia e l'ho portata 400km lontano, in una città sul mare dove ora, volente o nolente, mi tocca ricominciare tutto da capo.
Il Mio Ometto ha trovato un lavoro qua e io l'ho seguito. Così semplice. Apparentemente.
Il pensiero che mi ha guidato è stato: casa mia è dove c'è lui.
Lo pensavo e lo penso anche oggi che mi guardo intorno e riconosco i mobili ma non quello che vedo dalla finestra. Conosco le strade ma non le persone. E' bello e brutto allo stesso tempo.
Forse è questa l'avventura che vorrei venire a scrivere qua. Che ci sia qualcuno a leggerla o no.
Ma speriamo di sì altrimenti dopo un po' comincerei a sentirmi un po' scema.

Un piccolo movimento

La prima volta che sono entrata nelle stanze del Mago mi ha accolto un ragazzino che avrà avuto sì e no una decina d’anni. Capelli corti, sguardo sveglio e movenze frenetiche. Aveva in mano un rotolo di nastro adesivo, una pistola giocattolo e un tubo di carta:

“Devi aiutarmi a fare il mirino. Devi!”

Non ho saputo controbattere, non ho potuto dire niente tranne che: “Mi servono le forbici.”

Ci abbiamo messo un’oretta circa ma il fucile di precisione è venuto bene, avremmo potuto brevettare il prototipo. Solo alla fine mi sono sentita di aggiungere: “Non dovresti giocare con le armi, sai, non è bello far finta di sparare alle persone.”

Mi ha solo risposto: “La prossima volta mi aiuti a fare anche altro.”

Ed è sparito dietro ad una delle due porte su cui affaccia la sala d’attesa.

Il Mago è sbucato dalla stessa stanza dopo poco e mi ha chiesto di seguirlo.

Non ha detto “ciao”, o “come stai” o almeno “come ti chiami” ma solo: “Qualunque cosa sia quella che ti sta imprigionando, è ora di lasciarla andare.”

Ho raddrizzato le spalle, ho respirato profondamente e, per la prima volta dopo settimane, ho girato il collo verso sinistra.

Credo proprio che ci tornerò qua, dovessi anche costruire un intero arsenale bellico!

STAI FERMA LI'...

...chè vado a parcheggiare, torno fra cinque minuti, non ti alzare."
"Non sto in piedi e non riesco a muovere la schiena, l'hai notato, sì?"
"Era un modo di dire - fa lui - solo un modo di dire. Torno subito."
Poi magari ci mette una vita, anzi di sicuro ci mette una vita e quando tocca a me e la gente mi guarda ansiosa, mi tocca appoggiare i polsi malandati alla spalliera della sedia che traballa, fare forza sui miei due stupidi e inutili piedi e fare finta di riuscire egregiamente ad alzarmi per entrare. Entrare dal Dottorone, per la precisione.
-Ciaocomestaitivedorigidaoddiostaidinuovomalemacos'haidipreciso-
"Me lo dica lei. Anzi mi dica qualcosa che non so, mi dica qualcosa che voglio sentire, mi dica qualcosa di diverso."
Allora il Dottorone si fa serio, si liscia i baffi e appoggia la schiena alla sedia. Sembra rassegnato, sembra stanco.
"Avresti dovuto saperlo, avremmo dovuto saperlo che prima o poi..."
Io sono una persona fortunata: quando qualcuno sta per dirmi qualcosa che non voglio sentire, io riesco a non sentire. E' un'abilità che ho conquistato nel tempo e ne vado fiera. Non è facile metterla sempre in pratica ma mi riesce spesso. Ascolto ma non sento. Mi dà la possibilità di rimandare il dolore, la delusione, la sofferenza.
Il mio cuore c'è ma la mia mente vaga.
E così scopro che il Dottorone ha ormai i baffi bianchi ai lati mentre al centro sono ancora grigi e gialli di nicotina. Mi chiedo se senta la puzza di fumo costantemente o solo quando muove le labbra verso l'alto. Poi penso che un Dottorone non dovrebbe fumare e invece dovrebbe dare il buon esempio. Chissà se gli viene la tosse, chissà se fuma davanti ai pazienti, chissà se ha mai provato a smettere e magari gli è venuta ancora più tosse quando ha provato a smettere.
Potrebbe tagliarsi un po' i baffi almeno, togliere quella riga di giallo che stona con il camice bianco di chi dovrebbe insegnarti a vivere meglio.
E già che c'è potrebbe anche darsi un'aggiustatina ai peli del naso che spuntano, volgari, dalle narici e danno un senso di trascuratezza e di solitudine. Non ha nessuno, questo Dottorone, che gli vuole così bene da dirgli che i peli del naso sono troppo lunghi e bisognerebbe accorciarli o, sadicamente, strapparli?
No, non ha nessuno il mio Dottorone che indossa una cravatta a righe blu su una camicia gialla, si mangia le unghie delle mani e tiene una giacca verde che pende dal gancio sulla parete.
Ti piacerebbe avere qualcuno, Dottorone?
Una dolce compagnia che ti avverta in caso di funambolici abbinamenti cromatici, che ti sgridi ogni volta che ti sgranocchi le dita e che ti faccia venire voglia di vivere a lungo, sano e felice.
Io sono più fortunata di te: io quella compagnia ce l'ho. Ci mette una vita a parcheggiare qua sotto, ma poi alla fine arriva.
Proprio alla fine, proprio quando stiamo per avere la Grande Rivelazione.
"CI dica cosa possiamo fare."
Incalza l'Ometto caposquadra.
"Portare pazienza."
...
...
...
Ma anche no.
Questa volta, scusate, proprio no.

NON STARE FERMA LI'

"Devi guardare avanti. Guarda avanti, ti dico" incalza l'Ometto.
"Non posso." Chiusa qua, no?
No.
"Non puoi o non vuoi?"
No, ti prego non cominciamo con questa psicoanalisi da quattro, ma nemmeno, da tre soldi che mi viene su il nervoso e poi è peggio.
"Come potrai agevolmente notare anche tu: non posso. Vorrei, ma non posso."
"Lo dico per te, sai - continua impetterrito l'Ometto - guardare avanti è sempre la cura migliore."
Non ho alcun dubbio al riguardo: di sicuro lasciarsi il passato alle spalle, puntare ad un futuro migliore e non farsi spaventare dal presente è un ottimo modo di reagire ma il fatto è uno solo e, temo, non modificabile: non posso guardare avanti.
"In un certo senso sto facendo quello che mi dici." Cerco di rimediare e dargli un contentino.
"Scherzi? Stai guardando il tuo piede sinistro!"
"Bè, caro mio, il mio piede sinistro mi porterà...avanti!"
Zittito l'Ometto.
O quasi.
"Girala come ti pare ma non stare ferma lì e soprattutto: guarda avanti o almeno guarda davanti. Ah, e già che ci sei: vai dal medico perchè non è mica normale avere il torcicollo da tre settimane."
E su questo, non posso replicare.

...dove nulla è come appare.

“Ahi!”
“Che c’è?”
“Mi hai fatto male. Vedi? Esce sangue e non dovrebbe uscire sangue. Non so se mi spiego.”
“Non dovrei nemmeno essere qui a fare ‘sto lavoro se è per questo. Non so se mi spiego, io.”
“Capirai…per darmi una mano, chissà che faticaccia. Comunque se continui così…Ahi! Mi hai bucato di nuovo!”
“E tu non ti muovere, ti ho detto di stare ferma.”
“Non mi sono mossa, sei tu che sbagli.”
“Ancora una protesta e mollo tutto così ti arrangi da sola. Proviamo?”
“No, no, dai. Sto buona e ferma.”
Ma non funziona comunque.
“Ahi! Di nuovo, porcadiquellapaletta, ancora sangue! Ma mi vuoi morta? E’ questo il piano? E cosa racconterai ai soccorritori? “La stavo aiutando ma lei non voleva rimanere ferma…”! E’ questo che dirai? No, perché se mi vuoi morta basta dirlo, tolgo il disturbo!”
Mi guarda con un’aria scocciata, è evidente che non ho più un grande effetto su di lui. Forse se faccio finta di svenire…
“E non pensarci nemmeno a far finta di svenire, occhio che non ti prendo e cadi per terra.”
Diavolo di un Ometto, le sa tutte.
“Ok, ok. Ricominciamo tutto da capo: hai in mano un ago che…punge, inutile dirlo, e che va maneggiato con attenzione e cura. Facciamo un’altra prova, so che puoi farcela.”
“Ultimo tentativo e poi, se non sei contenta o ti muovi ancora, esci e vai dalla signora che sta vicino al bar e chiedi che te lo faccia lei, visto che è il suo mestiere!”
Percepisco un filo di rabbia nelle sue parole ma faccio finta di niente. Ti pare che devo arrivare fino dalla signora di sotto a fare questa cosa? Ma non ci penso nemmeno!
“Ehhh ZAC, fatto. Allora, come è andata, eh? Sono stato grande, dì la verità. E mi pare tu non stia nemmeno sanguinando, o mi sbaglio?”
“Io sto bene, grazie. E devo ammettere che sei stato bravo, un po’ lungo ma bravo.”
“Cosa vuol dire “un po’ lungo”, scusa?”
“Bè ragazzo mio, non è che possiamo metterci delle mezz’ore per far entrare un po’ di filo nella cruna dell’ago, no? Altrimenti questo ricamino per i nipoti quando lo finisco
?”

Nel Mondo dei Contrari alcune medicine fanno più male che bene e gli Esimi Entomologi ti guardano negli occhi e ti ascoltano preoccupati.
Poi succede anche che credono a quello che dici.
Nel Mondo dei Contrari pensi di stare tanto male e invece, sorpresa, stai tanto bene!

Nell'Universo Inverso capita che invece di aumentarti il dosaggio del veleno, te lo sminuzzino in minuscole ed insignificanti particelle distanziate nel tempo (si chiama tapering, che si sappia!).
Poi magari ti dicono anche che quel progetto tanto importante che sembrava sfuggirti dalle mani è invece ancora fattibile, disponibile, raggiungibile e molti altri -ibile che ancora non so.

Quando ti ritrovi incastrata nella Realtà Opposta ti piace sederti sulla tua poltrona preferita e contare le cose belle che puoi fare ora che il veleno non lo prendi più tanto spesso.
E succede anche che ti viene un po' da piangere (perchè è proprio la Realtà Opposta) così che si veda che sei tanto, tanto felice.

Se non vi dispiace io rimango qua, in questa Dimensione Parallela.

Ah che gioia, ora che un bel ragazzo mi ha detto che ho la carnagione di un Visitor non posso proprio lamentarmi.
O invece sì?
La ragazza dai mille orecchini nota il mio disagio e si avvicina:
"Non hai portato niente di utile, lo sai vero? A parte le frittelle intendo. A parte quelle, ovviamente! Non fare quella faccia, scherzavo! Sono felice di rivederti anche se si direbbe che tu non abbia avuto una notte tranquilla. Vorrei dirti che sono cose che passano ma, ahimè, più che altro ci si abitua a stare male, direi."

Ehilà, abbiamo qui una campionessa in conforto ed empatia, che fortuna!

"Scusa se sono così brutale e sincera ma non mi piacciono i giri di parole."

Peccato, io invece ADORO i giri di parole, fanno così bene all'anima.

"Se qualcuno fosse stato così sincero con me fin dall'inizio forse avrei fatto meno errori, avrei perso meno tempo." mi racconta, mentre si siede su un vecchio divano e mi fa cenno di sistemarmi vicino a lei.
"Quando stavo male e non sapevo ancora cosa avevo, pensavo che sarebbe passato tutto, prima o poi; bastava aspettare e ignorare il problema, così mi dicevo e così mi dicevano gli altri. Mio marito, soprattutto, pensava che mi lamentassi per niente ed aspettava che, da un momento all'altro, io tornassi in me e la smettessi di frignare. Sono divorziata, comunque. Non volevo rovinarti il finale della love story ma ci tenevo a puntualizzare da subito. Molto salutare, te lo consiglio. (divorziare, non puntualizzare.)
Così ho perso mesi a far finta di stare bene e a far felici tutti tranne me. Poi un giorno mio marito, sempre lui il bastardo, è partito per un week-end in montagna e mi ha mollato a casa, piena di dolori e bloccata a letto. Ecco lì mi è venuto un po' di nervoso, non molto ma abbastanza da prendere il telefono e chiamare i miei per cercare conforto. Non è stata una grande idea, te lo dico subito. Scusa, rovino sempre le storie raccontando il finale.
Comunque sia, mia madre era della ferma opinione che i dolori fossero tutta una scusa e che avrei fatto meglio a raggiungere mio marito in montagna prima di perderlo definitivamente.
Mio padre, invece, mi faceva notare come fosse sciocco perdere un'intera giornata a letto per un banale mal di schiena. Mi sono fatta altre due settimane di dolore acuto e costante grazie a questa telefonata, prima di andare dal medico."
Ascolto il racconto di questa bella ragazza dai mille orecchini e mi rendo conto che ho la bocca spalancata e gli occhi lucidi dalla commozione.
"E' il cortisone, sai."
Mi fa lei.
"Quello che ti fa venire le lacrime, che ti rende così emotiva. O è quello o la mia vita è davvero triste!"
Mi dice ridendo e indicando la mia faccia.
"Se vuoi, smetto di raccontare. Scegli tu."
"Va' avanti." balbetto.
"Dov'eravamo rimasti? Ah sì: quei perditempo dei miei familiari! ovviamente hanno voluto metter bocca anche sulla scelta del medico e così...il primo era proprio un pirla: me lo ricordo bene, non mi ha nemmeno visitata. E il secondo? Ah il secondo! Quello mi ha tanto smaneggiata che non riuscivo più a camminare. Del terzo ricordo solo le mani ghiacciate. O era il quarto?"
"Oddio, ma quanti ne hai visti?" le chiedo incredula.
"Una decina, ragazza, almeno una decina."
"E poi alla fine?"
"Poi, alla fine, anche io ho trovato il mio Esimio Entomologo che mi ha dato la terapia e, dopo qualche tempo, sono cominciate le nottate in balìa delle onde. Per fortuna ora sono sola e posso lamentarmi quanto voglio quando sto male, senza disturbare nessuno. Ho tagliato i ponti un po' con tutti, sai, ho eliminato le zavorre, come si dice. Meglio così, non ti pare? Molto meglio così."
Deglutisco.
"Sì, certo, molto meglio. Figurati! Molto...meglio."
Ho gli occhi sbarrati e non riesco ad avere un'espressione coerente con quello che le ho appena detto.
Dai, sforzati, inarca gli angoli della bocca, stringi un po' gli occhi e cerca di annuire.
"Ero sicura che avresti capito!" Mi dice lei.
Sono brava a fingere.
Mentre la guardo addentare una frittella faccio una nota mentale:
Ricordarsi di riabbracciare forte l'Ometto, ringraziarlo di essere così e assaporare fino in fondo la certezza di essere tanto, ma tanto, fortunata.

VENTOTTESIMA PUNTATA

La telefonata all'Esimio Entomologo non è che sia stata poi così risolutiva: mi sono guadagnata solo un paio di pastiglie in più da inserire nel menage quotidiano ed un'inutile pacca sulla spalla via etere. Capirai.
Allora forse è il caso di chiedere aiuto a chi ne sa più di me.
Nella mano sinistra stringo il biglietto che devo timbrare mentre alla destra è agganciata la mia borsa degli attrezzi.
Ci ho messo varie cose, qualcuno oserebbe chiamarle cianfrusaglie: per cominciare mi sono portata cinque o sei aghi bruciacchiati il cui unico scopo finora è stato quello di aiutarmi a stanare le microspine che mi si conficcano nei polpastrelli.
Visto che non sapevo proprio dove mettere questi aghi ho anche comprato un puntaspilli a forma di bambolina voodoo che ha una straordinaria quanto inquietante somiglianza con quel maleducato del mio vicino di casa. (Mi ci diverto, oh come mi ci diverto!)
Nel borsone ho buttato anche qualche pezzo di stoffa preso qua e là (Chissà quanto ci mette l'Ometto ad accorgersi delle maniche mancanti nelle sue camicie. Chissà.), tanto filo colorato, aggrovigliato e quindi del tutto inutile, qualche foglio di carta e un mucchio di matite colorate. (senza punta).
Non è un granché come scorta di attrezzi ma più di così non so fare, bisogna che si accontentino di questo e della trentina di frittelle alle mele che ho portato per dare un senso alla mia presenza.
L'Autista è sempre lo stesso: chiacchierone, impiccione, saccente ma rassicurante.
Ad ogni viaggio prende sempre più confidenza e sembra abbia fatto il calcolo delle volte in cui ci siamo visti perchè ha intuito da quanto prendo le medicine e sa già, senza che io glielo dica, che ho avuto i primi effetti collaterali.
"Stai seduta qua davanti, vicino a me e guarda dritto così ti fa meno nausea." Suggerisce.
(Ma va, pensavo invece di mettermi in ultima fila a testa in giù con gli occhi chiusi.)
"Porta sempre con te un po' di liquirizia, mi raccomando!" Insiste.
(Secondo te la rotella di filo nero che mastico e che mi pende dalla bocca è bava di Troll?)
"Ah e poi una cosa che forse non sai: bevi tanta acqua, aiuta a smaltire meglio il farmaco."
(Ti risponderei, caro il mio Acuto Osservatore, ma voglio finire di bere la mia bottiglia da un litro e mezzo.)

Arrivo alla mia fermata che sono già stanca, se non altro delle chiacchiere di chi mi sta accanto, ma ormai sono qua e così: spalle dritte, mento in alto, sorriso da ebete ed entro.
La stanza è invasa da un allegro chiacchiericcio e riconosco subito alcuni simpatici elementi:
la golosona con la tuta fluorescente e i baffi di zucchero, la dolce ragazza biondo platino dai mille orecchini e un bel tipo con gli occhi azzurri che le altre volte mi osservava da lontano.
Mi vengono subito incontro e nel giro di due secondi ho perso di vista le mie frittelle, c'è qualcuno che rovista nel mio borsone e il mio nuovo amico bello mi prende il viso tra le mani:
"Colorito verdastro, labbra blu, sguardo stanco...fammi indovinare: traversata notturna con mare in tempesta?"
Oddio: si vede tanto?

La notte in mezzo al mare è buia e silenziosa: si dorme bene, dolcemente cullati dalle onde, quasi sempre.
Ma stavolta è diverso: il mare è così calmo e piatto che non riesco a prender sonno perchè, in fondo al cuore, sento che c'è qualcosa che non va.
Allora mi giro su un fianco cercando di tenere gli occhi ben chiusi e facendo respiri profondi e regolari: così voglio ingannare la mia mente e mettermi a dormire.
E' un attimo e sento, sotto di me, che la vasta distesa d'acqua su cui poggia l'imbarcazione comincia a dare segni di vita, allora d'istinto apro gli occhi e scruto la stanza ma è ancora buio e c'è ancora silenzio.
Non faccio in tempo ad abbassare le palpebre che sento una spinta dal fianco sinistro, violenta e improvvisa, che mi catapulta giù dal letto.
E' l'inizio della tempesta.
Subito scorgo accecanti lampi all'orizzonte e, scioccamente, mi alzo in piedi senza reggermi ad un appiglio così la seconda onda, più cattiva e subdola, mi colpisce e mi rimette al mio posto: sul pavimento duro e freddo.
Non ho ancora ben capito cosa succede ma riesco ad aggrapparmi al letto e ci risalgo, stando ben attenta a non mollare la presa quando sento arriva una terza, quarta, quinta mareggiata che mi sbatte contro lo schienale, cozzo contro lo spigolo del comodino e rovescio un bicchiere d'acqua.
Lo stomaco mi sta uscendo dalla bocca e rimpiango amaramente ogni cibo mangiato negli ultimi trent'anni.
Il comò su cui poggiano i miei libri viene sballottato da una parte all'altra della stanza e ormai anche il resto della mobilia è in balìa delle furiose acque:
"MOZZOOOOOO, MOZZOOOOO"
urlo disperata alla ricerca di un aiuto.
Ma non risponde nessuno e il mare, in tempesta, mi travolge.
L'ultima ondata mi ha lasciato fradicia e tremante aggrappata all'invisibile palo.
Non v'è cenno di quiete o pace: non faccio in tempo a riposare il mio stanco corpo, che subito le mareggiate mi assalgono e mi sconquassano.
Ormai sono stremata e vorrei quasi mollare la presa ma tengo duro perchè vedo, in lontananza, un lembo di terra su cui, ne sono sicura, riuscirò a poggiare piede appena si fa mattina.
Allora sopporto anche gli ultimi durissimi colpi del mare e provo a chiamare ancora aiuto, trattenendo dentro di me, con forza e tenacia, quel che resta del mio massacrato stomaco.
"MOZZOOOOOO, MOZZOOOOO"
E lui arriva, armato di pezze bagnate, medicamenti miracolosi e proposte indecenti:
"Forse è il caso di chiamare l'Esimio Entomologo."
e così...

"Pronto, Dottore?"
"Sì? Mi dica!"
"La terapia mi dà qualche effetto collaterale..."
"E' cominciata la nausea?"
"A occhio e croce direi di sì."

STAND-BY

Mi ritrovo, da quasi una settimana, aggrappata con tutte le mie forze all'invisibile palo che spunta in camera mia un paio d'ore dopo la puntura.
Il mare è in burrasca e non vi sono cenni di miglioramento, i marinai propongono inutili soluzioni come blande tisane erbacee o noiosissimi riposini pomeridiani (ma uno come fa a riposare aggrappato all'invisibile palo? mah...) mentre la febbre sale e le forze cedono.

Insomma io non sono in formissima ma appena va meglio vengo qua a postare e a raccontarvi di quella volta che avvistammo terra e chiamammo l'Esimio Entomologo...

Dicevamo:
"Ma il momento clou arriva il venerdì sera quando il Mio Ometto, sguardo languido e ammiccante, si avvicina con passo silenzioso e mi ìntima:
"Abbassati i pantaloni..."
E vi giuro che, se non fosse armato di una siringa riempita di schifido liquido giallo, sarebbe molto sexy..."

Io sono seduta, anzi accucciata, sul coperchio del wc e mi mangiucchio la stoffa dei pantaloni sopra le ginocchia, l'Ometto sta in piedi appoggiato alla parete e in una mano stringe, ostinato, la siringa con liquido giallo.
"Sembra una cosa densa. Farà male?"
(Ho un po' paura, si nota?)
"Non so che dire, mi sa che ti tocca provare."
"Prova tu!"
(Me la faccio sotto, si nota?)
"Prima la fai, prima starai meglio. Prima starai meglio e prima sarai felice. Prima sarai felice e prima..."
"Su, dillo."
"Me ne torno a guardare la tele in santa pace."
L'Ometto Onesto.
"Ah ecco. Senti un po' e invece se ne parliamo di questa cosa, di questa siringa col suo bel liquido giallognolo che mi ricorda tanto...non so...un telefilm...ah sì quello in cui si iniettavano una sostanza, gialla appunto, e poi o morivano o acquistavano dei superpoteri! Te la ricordi?"
"Sì mi ricordo. E tu cosa vorresti?"
"Bè ecco io magari eviterei la parte in cui si muore e mi butterei sul superpotere, si può?"
"Si può, si può e quale ti piacerebbe avere? Ti ricordo che non puoi dire la telecinesi per poter spostare le cose senza muoverti: la tua è pura pigrizia e non vale."
"La fai difficile, eh? Sono pronta, sono pronta, che te credi? (Prendi tempo, Zia, prendi tempo...)
Mi piacerebbe vedere il futuro, per esempio."
Fregato l'Ometto, ora si aprirà un'infinita discussione sull'incapacità di determinare il nostro destino, il libero arbitrio, le stelle, il fato e qualunque altra cosa possa farmi guadagnare minuti preziosi.
"Io vedo già il futuro: ti farò la puntura, mi odierai perchè ti faccio male, poi te ne starai sul divano con il muso per un paio d'ore, giusto il tempo per finire di vedermi il film in santa pace. Sono bravo, eh?"
Sgrunt.
"Ok, ok, allora che ne dici invece se dopo la puntura io potessi volare?"
"E dove vai? Soffri di vertigini solo a salire sulla sedia per cambiare una lampadina!"
Diamine, le sa tutte.
"Potrei dare fuoco alle cose!"
"Ci mancava un'incendiaria in famiglia, grazie."
"Allora potrei gelare le cose!"
"Tipo freezer?"
"O magari potrei bagnarle, ecco. Sarei la Signora delle Acque! Che ne dici, eh? Grandioso, non ti pare?"
"E' per questo allora che abbiamo la cantina allagata e perde un tubo in cucina! Geniale!"
Ho esaurito gli argomenti, lo ammetto e sono anche mogia mogia.
"Quindi non rimane che fare la puntura, vero?"
"Lo penso anch' io, dai alzati e vediamo di cominciare questa terapia. Cosa mai potrà succedere?"

Ore 21.00 EFFETTUATA INIEZIONE INTRAMUSCOLARE (INTRACICCIA, VISTA LA POSIZIONE) SU GLUTEO SINISTRO. MISSIONE COMPIUTA AL TERZO TENTATIVO. LA PAZIENTE IMPRECA E SI LAMENTA.
Ore 21.30 LA BORSA DEL GHIACCIO HA ATTUTITO IL DOLORE, LA PAZIENTE E' VIGILE E LAMENTOSA.
Ore 22.00 IL FILM E' BELLISSIMO E LA PAZIENTE VIENE VOLUTAMENTE IGNORATA NONOSTANTE SIA ANCORA VIGILE E LAMENTOSA.
Ore 22.30 LA PAZIENTE NON E' PIU' VIGILE (PER FORTUNA) E VIENE TRASCINATA A LETTO DOVE CROLLA IN UN SEMI-COMA DA SBRONZA TOSSICA POST-TERAPIA.
Ore 23.00 LA PAZIENTE COMINCIA A SOGNARE DI ESSERE IL CAPITANO ACHAB A BORDO DELLA BALENIERA PEQUOD ALLA RICERCA DI MOBY DICK.
Strano però, non sapevo che anche i marinai soffrissero il mal di mare...
Ore 24.00 LA PAZIENTE E' IN PIEDI SUL LETTO, AGGRAPPATA AD UN INVISIBILE PALO, ONDEGGIA A DESTRA E SINISTRA URLANDO: TERRA A BABORDO, TEMPESTA IN ARRIVO, SI SALVI CHI PUO'!!!

Ma questa è tutta un'altra storia...




Allora, in poche parole, la situazione è questa: ogni giorno mando giù 6 pastiglie che potremmo definire tra loro propedeutiche (insomma se me ne dimentico una poi non posso prendere l'altra. E' come all'università: se non dai analisi 1 il prof non ti scrive sul libretto il voto di analisi 2).
E una volta a settimana c'è l'odiosa e malefica puntura che mi rovina, puntualmente, l'intero fine settimana.
Ma andiamo con ordine.
DRIIIIIIINNNNNN: maledetta sveglia del cacchio che suoni ogni mattina alla stessa ora anche se è festa e che mi ricordi come ogni giorno sia uguale all'altro, almeno fino a dopo colazione.
Pastiglia 1: ok non ricordo bene a cosa serva ma è bianca e insapore e già per questo la odio di meno. Il Dottore, al riguardo, disse un'enigmatica frase di questo tipo: "Se la prendi verso le sei e mezza del mattino è meglio." Ah ah ah, divertente, non so bene cosa intendesse ma l'ho trovato molto divertente, come se davvero io mi svegliassi ogni mattina a quell'ora solo per un'insignificante pallida pillolina. Siamo seri.
Pastiglia 2: In realtà sono due dello stesso tipo, rosse e gommose sembrerebbero abbastanza simpatiche se non fosse che so benissimo a cosa servono e so che dagli ultimi esami risulta che non stiano facendo poi così bene il loro dovere allora non posso mandarle giù e basta, tocca fargli la ramanzina ogni mattina, persuaderle a sprigionare più principio attivo che possono e ve lo assicuro, non è mica è facile trovare argomenti convincenti ogni santo giorno, alcune volte quindi gli propino il mio cattivissimo "sguardo a fessura" che è molto, molto eloquente.
Pastiglia 3: Questa è ENORME, ve lo assicuro è ENORME e se non sto attenta a trangugiarla mentre sono in posizione eretta, mi si conficca nell'esofago e mi rompe l'anima per l'intera giornata e poi ha anche un altro aspetto alquanto fastidioso: devo aspettare mezz'ora prima di poter mangiare.
Eh sì perchè durante questa trafila di cui mi sono bevuta almeno mezzo litro di acqua e non mi sono ancora alzata dal letto, il mio stomaco è vuoto e tutto quel liquido di prima mattina mi sta ribaltando le budella.
Ma devo aspettare, docilmente e diligentemente, di poter mangiare qualcosa.
Pastiglia 4: Deve essere assunta a stomaco pieno, non più tardi delle otto del mattino. (ma è domenica, diamine!!!! Anche di domenica? Sì caramia, anche di domenica!)
E' amara e ha sempre un dosaggio differente a seconda della giornata quindi mi tocca essere bella sveglia per dilettarmi in tagli, ritocchi, limature e sbriciolature che mi permettano di assumere la dose corretta. (Sì sì, avete capito bene: mi "taglio" la dose. Dovrei monetizzare questa mia nuova abilità...)
Comunque sia questa pastiglia è' una fonte inesauribile di effetti collaterali che me la fanno odiare e disprezzare ma è l'unica che mi permette, per esempio, di scrivere la pc senza dover chiedere all'Ometto di farlo al posto mio. (non è ruolo dell'Ometto questo qui!)
Quindi la odio, ma anche la amo.
Provo a farne a meno ma poi ritorno, coda fra le gambe, ad assumerla quotidianamente come una brava bambina.
Recentemente mi è stato detto, dall'Esimio Entomologo:
"E' evidente che lei non ne può fare a meno."
Grazie tante, lo sapevo già e se magari non lo dicevi ad alta voce era più carino, ecco.
Pastiglia 5 (che poi è la 6 visto che la 2 è doppia): arriva dopo cena e tampona un po' degli effetti collaterali della 4. Ha un sapore schifoso perchè sa di banana e io ODIO la banana. Va masticata a lungo e poi mandata giù, una specie di punizione divina per chi, come me, non ama la frutta.

Ma il momento clou arriva il venerdì sera quando il mio Ometto, sguardo languido e ammiccante, si avvicina con passo silenzioso e mi ìntima:
"Abbassati i pantaloni..."
E vi giuro che, se non fosse armato di una siringa riempita di schifido liquido giallo, sarebbe molto sexy...

Non gli do la soddisfazione di vedermi felice e così lo guardo nello specchietto, gli faccio i miei famosissimi e temutissimi occhi a fessura e poi mi volto verso la strada e faccio finta di dormire.
E lui, l'Autista, ridacchia (lo so) e si gode l'ennesima vittoria.
Quando è ora di scendere dal bus mi accorgo che ho freddo, anzi no, ho i brividi e mi fa male ogni singolo osso che il mio corpicione contiene quindi guardo l'ora e sono le sette di sera, è il momento della febbre. Me l'ero dimenticato o forse non avevo voglia di pensarci.
In più proprio stasera l'Ometto a casa non c'è e in queste condizioni di sicuro non riesco a farmi la cena allora è meglio che cominci ad autoconvincermi che un sano digiuno è quello che ci vuole ogni tanto.

(Dieci buona ragioni per digiunare: 1) ho i fianchi grossi - dioche fame -; 2) purifica l'organismo - sì ma dioche fame -; 3)mi cala la pancia - uh signur che fame. A questo punto ho il vuoto pneumatico in testa e l'acquolina in bocca.)

Ma poi le gambe si fanno pesanti, la porta fa fatica ad aprirsi, la testa cade in avanti e mi ritrovo, come una cretina, col giaccone ancora addosso e gli scarponi ai piedi, spalmata sul divano senza più la forza di fare nulla.
Slacciarsi le scarpe: magari più tardi.
Sbottonarsi la giacca: è proprio necessario?
Tenere la testa sollevata per evitare un ridicolo soffocamento: passo.
Mi muovo piano piano anzi striscio e struscio contro i cuscini del divano per cercare di sollevare le gambe e posizionare il mio capoccione in modo che stia su.
Però ho fame. E sete. E sonno. E in effetti immagino che quella pressione che sento nel basso ventre abbinata alla visione di cascate e fontane sia un' impellente necessità di fare la pipì.
Devo distrarmi in qualche modo così mi guardo in giro e faccio una cosa che ultimamente mi riesce tanto bene: io esco dal mio corpo e faccio finta di niente.
La cucina è a due passi e io, leggera e veloce, ci sono subito dentro, accendo la luce, attacco la cappa aspira tutto, spadello un bel sugo al pomodoro e metto su l'acqua per la pasta. Mentre sento friggere carote, sedano e cipolla lavo e centrifugo tanta di quell'insalata da far contento il Salutista Ometto e mi sento felice. Stacco qualche fogliolina di basilico da una piantina di città che cresce profumata sul mio balcone e accendo la radio perchè mi viene voglia di ballare.
Che faccio? Spaghetti? Tortiglioni? Tagliolini?
Non lo so, l'acqua deve ancora bollire e ho tutto il tempo di decidere.
Anzi, visto che posso, apro la posta che sta là sul tavolino di fronte al divano su cui giace inerme il mio inutile corpo e poi, già che ci sono, mi faccio una doccia veloce.
Certo che quando la cena è pronta c'è un profumino che avvolge tutta la mia casetta e a me viene ancora più fame così mi tuffo nel piatto di spaghetti e godo, mastico, mando giù e godo di nuovo.
Ci metto sì e no dieci minuti a mettere tutto a posto, cosa volete che sia per me che sono così veloce e leggera! Mi avanza del tempo per fare tutto quello che voglio e quasi quasi esco, chiamo un amico e vado a bermi un tè caldo in un posticino dove suonano il jazz e dove ci si sente vivi e grati di esserlo.
Quando poi rientro a casa sono sfinita, è vero, ma felice e appagata per aver potuto fare tutto quello che desideravo e, adesso sì, rientro in quella massa febbricitante e dolorante che nel frattempo mi ha aspettato sempre lì, sul divano, nella stessa identica posizione e ancora con gli scarponi addosso.
Se poi mi viene voglia di qualcosa di dolce sfrutto le mie ultime forze per infilare la mano sotto i cuscinoni e sperare che uno dei miei nipoti mi abbia lasciato qualche briciola di merenda.

"Quale superpotere vorrei avere da quando mi sono ammalata?" mi chiedi tu, intervistatore immaginario che mi fai compagnia mentre aspetto che rientri l'Ometto.
"La telecinesi, senza alcun dubbio! Lei non sa quanto può essere lontano, a volte, un telecomando..."


Seduta in un angolo osservo la scena e penso:
1) cosa avrò mai io in comune con una donna sovrappeso di mezz'età che ha un pessimo gusto nel vestirsi e che butta giù ciambelle come se fossero bricioline di pane?

2) cosa vorrà mai da me questa ragazza biondo platino dai mille orecchini che mi sorride e che vuole tranquillizzarmi?
3) cosa ci faccio io con un pennarello in mano e l'impegno a contribuire al disegno di un'enorme coperta colorata?

Allora ripenso all'inizio e ricordo l'Omone alto due metri che ha la voce squillante di un pinscher nano castrato e che firma gli assegni che mi permettono di pagare il mutuo.
Me lo ricordo in piedi, accanto alla finestra e non ha il coraggio di guardarmi in faccia mentre gli spiego che pare io sia, almeno per ora, malata e so che gli ritornano in mente parole già sentite nella sua vita e so che ha paura per me.
Sento ancora la strana sensazione di sollievo quando mi rendo conto che teme per me, per la mia salute e non per il posto di lavoro che dovrò, a volte, lasciare scoperto.
In fondo in fondo questo Omone è la prima persona che incontro nella mia nuova vita e, almeno per otto ore al giorno, posso smettere di far finta che le cose siano sempre uguali a prima.
Così quando mi siedo a metà delle scale perchè non ce la faccio posso smettere di buttarla sul relativismo cosmico ("Sto seduta qua per cambiare prospettiva sulla vita, dovresti provarci anche tu qualche volta!") e invece posso liberamente confessare che: "Non riesco a rialzarmi, mi dai una mano?"
E posso anche evitare di mentire spudoratamente quando mi addormento davanti al computer ("Pensavo ad occhi chiusi, ho grandi idee in mente, un giorno te ne parlerò!") e chiedere di poter appoggiare la testa sulla scrivania per qualche minuto.
Anche se, in effetti, stavo sviluppando una straordinaria capacità di inventare rocambolesche e fantasiose scuse (per non dire "balle") che un giorno, ne sono sicura, mi avrebbe portato ad una brillante carriera di...di qualcosa, non so bene cosa ma sicuramente illegale, proibita e, per questo motivo, molto divertente.
Non credo che l'Omone abbia molto chiara la faccenda dell'entomologo e dell'insetto ma, a dirla tutta, non è che ce l'abbia molto chiara nemmeno io.
Voglio dire: ma vi pare che ho una bestia nel sangue? (NON metaforicamente parlando, poi!)
Se ci penso a volte mi prende un pizzicorino in tutto il corpo e, diciamolo, prende anche a tutti quelli a cui lo racconto.
L'Omone, soprattutto, essendo un dichiarato ipocondriaco, non fa altro che grattarsi i polsi ogni volta che mi sta vicino e mi chiede come sto; dopo avermi costretto ad un elenco completo di sintomi ed aver dovuto ammettere che non ne ha nemmeno la metà, me lo ritrovo a vagare nei corridoii con sguardo perso e polsi arrossati dalle sue unghie.
(Come ridurre un gigante borioso ad un minuscolo omino spaventato? Aspettate che dia un colpo di tosse e lasciatevi scappare un innocente: "Anche per me è cominciato tutto così..." e poi godetevi lo spettacolo.)

Ecco, se ripenso a tutte queste cose allora mi ricordo cosa ci faccio io qua, al Circolo del Patchwork, ad annuire vistosamente ogni volta che mi rivolgono la parola, a farmi piacere questa caotica situazione di ciambelle e stoffa e a resistere alla tentazione di scappare e tornare a casa.
Ma, visto il mio proverbiale tempismo, comincio ad ambientarmi nell'esatto momento in cui la ragazzetta in blue jeans inizia a spegnere le luci e tutti recuperano i cappotti e le chiavi dell'auto.
Quando salgo sul bus, stanca e stordita, l'Autista mi guarda e ha quella faccia antipatica da "Te l'avevo detto io" che mi tocca sopportare perchè, in effetti, lui me l'aveva detto...

Io ogni mattina mi alzo e ho ottant'anni.
I pochi, coraggiosi capelli che rimangono ancorati alla mia cute sono sottili e rovinati, gli altri vigliacchi e deboli me li ritrovo sul cuscino.
La pelle è secca e vecchia, le mani sono chiuse in un pugno di dolore e il ginocchio destro, in completa anarchia, si rifiuta di piegarsi.
In questa situazione io, ottantenne, sono quasi felice di non avere un posto in cui andare, un orario da rispettare e di poter rimanere ancora un po' a letto.
Poi, dopo aver preso le medicine ed avere trascinato le mie dure gambe fino alla cucina, scaldo il caffè e riempio lo stomaco prima che questo si accorga che è vuoto ed inizi una inutile lotta con le pilloline appena ingurgitate.
Quando sono sotto la doccia calda che mi scioglie muscoli e ossa, io ho settant'anni e provo ancora un sottile piacere nel sapere che posso fare tutto con calma e posso metterci anche venti minuti ad infilarmi i pantaloni.
Mi guardo allo specchio e mi accorgo che i quattro peli in testa sono in totale autogestione ed anche oggi non vorranno seguire le mie indicazioni quindi smetto di spazzolarmi e copro con un po' di barbatrucco il pallore che deriva dall'ennesima estate passata sotto l'ombrellone con la protezione totale.
Io ho sessant'anni ed entro in macchina stando attenta a non sforzare troppo il collo e i polsi che mi dovranno guidare fino in ufficio, non mi guardo allo specchietto perchè voglio improvvisare un sorriso da ebete che mi servirà ad evitare domande scomode tipo: "oddio stai male? cos'hai?".
Piano piano arrivo al lavoro ed ho cinquant'anni ma sento già che posso piegarmi a raccogliere le chiavi che mi cadono perchè le dita sono ancora bloccate dal freddo che c'è.
Senza nemmeno rendermene conto, durante la mattinata ho quarant'anni e poi trenta e quando ne ho venti mi ritrovo a correre senza sforzo da una stanza all'altra e a ridacchiare davanti allo specchio del bagno quando mi accorgo che i miei capelli ormai vivono di vita propria.
Per l'ora di pranzo sono una dodicenne che ha voglia di mangiare schifezze che fanno tanto male allo stomaco ma tanto bene all'umore.
Ma quando arrivano le due del pomeriggio io ho sì e no un anno e devo fare la nanna così mi accuccio sul divano, mi copro con la copertina e sto quasi per piangere dalla stanchezza ma riesco ad addormentarmi non sapendo quanti anni avrò al mio risveglio.
Potrei essere una gioiosa trentaquattrenne che riesce a preparare un'ottima cena al proprio Ometto o di nuovo una stanca ottantenne che fa fatica a distendere le gambe oppure una piccola creatura di un anno che ha ancora bisogno di fare tanta nanna.

Le mie giornate sono sempre molto interessanti.

Così mi ritrovo seduta su un traballante sgabello da bar (sì però qua il bar non c'è) mentre cerco di tenere in equilibrio un tazza di tè bollente e un pasticcino ipercalorico e faccio finta di non vedere tutte quelle paia di occhi che mi fissano in attesa di un racconto coinvolgente ed entusiasmante. (che ovviamente non ho).
"Cosa volete sapere di preciso? Non credo che la mia storia sia poi così diversa dalle vostre. O invece lo è?"
", dipende." interviene la tuta fucsia.
"Tu come l'hai presa?" insiste.
"Non lo so, bene direi. Sì ecco mi pare di averla presa bene."
Allora succede qualcosa che non mi aspetto e tutte quelle paia di occhi si staccano dalla mia persona e si incrociano oscillando di qua e di là mentre sento dei mugugni salire:
"Povera stella, è ancora all'inizio."
E anche:
"Questa mica l'ha capito..."
E poi:
"E ora chi glielo dice?"
Così mi spavento e poso la tazza di tè prima che mi cada rovinosamente per terra, inghiotto il boccone tutto intero e, mentre penso a cosa dire, una mano calda, morbidosa, con le unghie laccate di rosso fuoco e un po' di zucchero a velo sui polpastrelli, si appoggia sul mio ginocchio a confortarmi.
"Non è niente, davvero. Ci siamo passati tutti, sai? E' la fase della negazione, è obbligatoria in un certo senso, ti aiuta ad arrivare all'accettazione. Non guardarmi così, lo so che ti sembra che vada tutto bene e credo che, in fondo, il problema sia quello. Se dici che va tutto bene è ovvio che non hai messo ben a fuoco cosa ti è successo e, forse, fai ancora finta che non sia accaduto sul serio. Per esempio: ti sei presa un po' di malattia dal lavoro?"
"No! Ma io non ne ho bisogno, me la cavo egregiamente. E' un po' più dura ma posso farcela. E poi davvero non potrei assentarmi, davvero. Se manco un giorno..."
"Crolla il mondo, eh?"
Ironizza una ragazzetta tutta vestita di jeans.
"Lasciala stare: è nuova e spaventata. Lasciala in pace!"
Tiè, messa a posto la ragazzetta.
Mi giro d'istinto verso i capelli a spazzola, quelli che mi hanno accolto e abbracciato, ho bisogno di capire e lei lo sa:
"Sei nella fase della negazione. Poi verrà la rabbia e le altre. Non avere fretta e, soprattutto, non remare contro altrimenti la fatica è doppia."
"Lutto? Remare contro? Io non so di cosa state parlando!"
Sono in piedi adesso e tutti hanno fatto un passo indietro, qualcuno non ha il coraggio di guardarmi in faccia e la ragazzetta in jeans ha un odioso mezzo sorriso in volto.
"Il lutto di aver perso la vita di prima con tutto quello che comporta: cambiamenti, rinunce, aggiustamenti. E poi dover fare tutti quegli esami, le medicine, le visite: non remare contro, non combattere queste cose, falle e basta, poi col tempo capirai. Comunque è già un gran cosa che tu sia venuta fin qua, menomale che l'Autista ti ha convinto a scendere, ci riesce sempre alla fine, anche con i più riluttanti. Allora gente, lasciamola respirare e riprendiamo da dove ci eravamo interrotti e quindi: chi cavolo ha finito tutte le ciambelle stavolta?"
Ora non ho più tutte quelle paia di occhi addosso e posso risedermi sul traballante sgabello a pensare ai lutti e ai remi, alle ciambelle e ai quilt, agli autisti e alle tute fucsia che, sinceramente, dovrebbero essere severamente proibite a chi ha una forte dipendenza da ciambelle.

VENTUNESIMA PUNTATA

Nel giro di pochi minuti ho attorno a me una dozzina di facce sorridenti e incuriosite e, senza che io me ne accorga, stringo mani e accetto calorosi abbracci.
"Io non so cucire!"
Presa dall'imbarazzo non mi viene in mente altro da dire.
"Nemmeno io!" - Mi rassicura un signore con lo sguardo vispo e un bel paio di baffoni bianchi. - "Ma mi vogliono bene lo stesso!"
Ridacchia e io con lui.
"E' perchè porti le ciambelle con lo zucchero a velo, cosa credi?"
La ragazza con i capelli a spazzola gli dà una pacca sulla spalla.
"E io cosa posso portare?"
Chiedo, in ansia.
"Accettiamo solo roba ipercalorica qua, scegli tu."
Quello lo so fare, penso sollevata, io so cucinare o almeno lo sapevo fare, prima.
Ora sono più tranquilla e posso guardarmi intorno così noto che non ci sono aghi, filo o macchine da cucire: ma allora 'sto patchwork come cavolo si fa?
"Siamo indietro" - mi dice una signora strizzata in un'acciecante tuta da ginnastica color fucsia - "Dobbiamo ancora decidere il disegno, la stoffa e i colori. Io opto per il rosa acceso ma nessuno mi ascolta!"
Chissà perchè...
"E poi ci sono sempre le ciambelle che vanno finite e magari c'è qualcuno che ha voglia di parlare un po' di quello che gli succede...anzi c'è sempre qualcuno che ha bisogno di raccontarci qualcosa e così...siamo un po' indietro." La tuta fucsia mi ha fatto un rapido sunto della situazione.
"Dobbiamo decidere come verrà il block e come fare l'imbottitura, che tipo di cucitura usare per il quilt e come fare il bordino esterno. Quanto lavoro! Ecco solo a pensarci mi viene fame, sono già finiti i dolcetti, ragazzi?"

L'unica cosa a cui riesco a pensare io, invece, è: cosa diavolo è il BLOCK? E quanti tipi di cuciture potrà avere mai questo...QUILT? Uh Signur.
"Io non so nulla di queste cose, proprio nulla. Non so nemmeno come darvi una mano."
Le confido, imbarazzata.
Mi raggiunge la ragazza con i capelli a spazzola e mettendomi un braccio attorno alle spalle mi tranquillizza:
"Prenditi una tazza di tè e raccontaci un po' cosa dice l'entomologo, al resto ci pensiamo più tardi."

Sono proprio contenta di essere scesa dal bus.

VENTESIMA PUNTATA

Mi siedo in prima fila, incastro i piedi sotto al sedile, mi guardo attorno schiarendomi la voce e poi rispondo all'autista:
"Vorrei scendere, se si può."
"Dalla giostra? Non credo tu possa. Te l'hanno spiegata la storia per intero? Da quanto so io non puoi mica guarire e scusa se te lo dico così, senza giri di parole. Lo sai, no?"
"Intendevo scendere dal bus, se si può. Non mi sento bene e vorrei andare a casa."
"Ti passerà, fai dei bei respiri profondi, guarda avanti e lascia che io ti porti là, non te ne pentirai."
"Da come ne parla sembra che lei ci sia già stato. Mi sa dire com'è?"
"Una volta ci ho accompagnato una ragazza, fin dentro intendo. Aveva paura e non se la sentiva di entrare da sola così sono sceso un attimo e ce l'ho portata. Era la prima volta che andavo fino là, di solito vi accompagno senza scendere, voialtri. Non offenderti sai ma siete un po' tutti uguali: con quello sguardo spaurito, quell'atteggiamento da "io non sono come loro" e tanta voglia di tornarvene a casa vostra al sicuro. Poi al ritorno siete tutti felici e contenti di esserci venuti. Tutti uguali, voialtri. Senza offesa, eh!"
"No, si figuri, è che, insomma, come dire, è un po' tutto nuovo, uno non sa cosa aspettarsi."
"E non ti ci sei ancora abituata?"
"A che?"
"Al fatto che sia tutto nuovo e che non sai mai cosa aspettarti. Te ne sarai fatta un'idea di com'è, no?"
"No."
E non dico altro altrimenti bestemmio.
E non mi faccia parlare altrimenti mi altero.
E non insista perchè non è giornata.
"Un po' alla volta ti ci abituerai, è sempre così. Sarà diverso, anzi no, è già diverso. Ma diverso non vuol dire peggiore, sai. Io non so come fosse prima ma..."
"No, ecco, lei proprio non lo sa come fosse, prima. Era tutto facile, prima. Era tutto fattibile, prima. Era tutto possibile, prima. Ora è tutto peggiore e non potrebbe essere diversamente perchè è una malattia e una malattia non può essere una cosa buona, mai."
Più chiara di così.
"Ti ci vuole proprio, sai? Un po' di patchwork è quello che fa per te. Siamo arrivati. La casa è quella là: rossa con la porta a vetri. Ti passo a prendere quando finite."
Scendo, faccio qualche passo e sono già nel panico: suono? Busso? Entro e basta?
Suono.
Non funziona il campanello.
Allora busso.
La porta era già aperta e così mi ritrovo dentro a questa casa, davanti a me un lungo corridoio illuminato dal neon e su entrambi i lati ci sono almeno dieci porte.
La mia è la terza a destra e si sente un vocìo animato che viene da dentro così penso sia il caso di aprire la porta, sfoderare una dei miei migliori sorrisi da ebete e sperare di risultare simpatica a qualcuno.
"Buonasera, stavo cercando il circolo Uccìttìddì, è questo?"
Una bella ragazza con i capelli biondi a spazzola, lunghi orecchini colorati e un sorriso dolce mi viene incontro e mi stringe in un abbraccio così forte da farmi mancare il respiro e da farmi sentire, incredibilmente, bene.
"Che bello averti qui, sono contenta che ci sia anche tu stasera."
Promette bene.

"Non posso farcela."
"Certo che puoi farcela."
"No, davvero. Non fa per me. Non da sola comunque e tu non puoi venire, ma ti pare? No, No: non posso farcela."
Il Mio Ometto In Poltrona abbassa il giornale e mi guarda:
"Sì sì, come no. Ciao e divertiti."
E basta?
Questo è tutto l'incoraggiamento che ricevo?
Così non va.
"Mi accompagni alla fermata dell'autobus?"
"Stai scherzando, vero? Dì ma quanti anni hai?"
Ahhh, è il "momento-antipatia".
"Se devi fare così allora ci vado da sola, sia chiaro!"
Eh scusa, se deve fare il fastidioso allora è meglio che se ne stia casa, no?
(che poi è quello che lui voleva fare fin dall'inizio. Ma lasciamo stare.)
"Vabbè allora vado. Magari ti chiamo quando arrivo, che dici?"
"Ma arrivi dove? Devi solo andare un po' in periferia, saranno sì e no venti minuti di autobus!"
"E' l'ultima fermata, capisci? Il capolinea! Ti rendi conto? Sarà in mezzo al nulla! Com'è che da quando mi sono ammalata tutti i posti sono in mezzo al nulla, eh? Com'è 'sta storia?"
"Sarà che appena svolti l'angolo di casa tua è già "in mezzo al nulla"? Sarà che sei paranoica e se vedi quattro alberi verdi ti prende il panico?"
Ahhh, non era finito il "momento-antipatia".
"Ok, vado ma non mi piacerà, lo so già, che sia messo a verbale: non mi piacerà! Ultima chiamata, sei sicuro di non voler venire? No, dal tuo sguardo direi di no. Poi se mi perdo è colpa tua."
E' che non so cosa aspettarmi da queste persone, da questa gente nuova che non conosco e io non sono mai stata brava con gli estranei : ho serie difficoltà ad inseririmi in gruppi già strutturati, non c’è niente da fare, è sempre stato così.
Per esempio arrivo al corso di ballo quando è già cominciato e tutti si conoscono e io non riesco a fare amicizia, men che meno a trovarmi un compagno di salsa.
Oppure entro nella sala d’aspetto del medico ed è gremita di gente che chiacchiera amichevolmente da almeno un paio d’ore, mi ritrovo così a disagio e finisco per fare strane espressioni di insofferenza ed attirarmi gli sguardi di tutti, tanto per isolarmi ancora di più.
Non riesco ad inserirmi nemmeno sui gruppi di Facebook in cui, veramente, non è che ci sia poi un granchè da fare: devi solo iscriverti, leggiucchiare qua e là e magari postare qualcosa ma io no, non ce la faccio e mi rendo conto che al massimo potrei crearne uno io di gruppo, uno nuovo di zecca.
Però deve essere qualcosa a cui tanta gente vorrebbe partecipare, qualcosa che rappresenti tutti, altrimenti non si iscrive nessuno e io mi deprimo.
Dovrei scegliere un titolo generalista, un argomento che più o meno tocchi ogni persona a cui chiederò di iscriversi, qualcosa tipo:
“Quelli che almeno una volta nella vita hanno starnutito.”
o
“Per chi la mattina si lava i denti con lo spazzolino.”
o
“Quella volta in cui…”
E ognuno può riempire la frase a piacimento!
Io sarei la creatrice e fondatrice del gruppo, detterei le regole e modererei le inevitabili, lunghissime discussioni che nascerebbero dall’interessantissimo titolo che ho dato al gruppo che nel giro di brevissimo tempo sarebbe diventato famosissimo in rete e tutti vorrebbero iscriversi e farne parte e io avrei una lunghissima lista d'attesa di persone interessate a far parte del mio bellissimo e quotatissimo gruppo! Come no.

Ecco più o meno i miei sogni proibiti si sviluppano così.
La realtà invece è che so già che arriverò in quel circolo, mi chiederanno se so qualcosa di patchwork e io, ignorante e ottusa, ammetterò che non ne so niente e che l'unico motivo per cui sono arrivata fin lì è per vedere come sta la gente che, come me, ha un insetto che gli scorre nelle vene.
"Non posso farcela!" dico stupidamente ad alta voce mentre sto immobile di fronte all'autista che, sorridendo, guarda la destinazione sul mio biglietto e mi dice:
"Siediti vicino a me, poi ti passa, tranquilla. E' gente in gamba quella lì, vedrai che una mano te la danno. E poi è ora che tu capisca un po' su che giostra sei salita, no?"

DICIOTTESIMA PUNTATA

Ho male e così mi tocca farmi i solchi nelle mani stringendo i pugni e anche stavolta ho dimenticato di limarmi per bene le unghie.
Me ne scordo quasi sempre, soprattutto quando devo andare a fare esami dolorosi e ogni tanto anche un prelievo di sangue è un problema: sono una di quelle persone, ce ne sono tante, a cui le infermiere non trovano le vene e che quindi, ad ogni tentativo di buco, deve tenere i pugni stretti e, possibilmente, mordersi le labbra evitando inopportune bestemmie.
Dovendo fare prelievi ogni due settimane ho conosciuto una gran varietà di personale infermieristico e si sa che ogni individuo è una realtà a sé ma tutti si possono riunire sotto un grande comune denominatore che si esplica nella minacciosa frase:

Gliela trovo ben io la vena!
Le mie proteste e i miei suggerimenti risultano sempre invani e cadono nell’oblìo: io lo so che finirò per avere il braccio tatuato di ematomi e che l’ultima spiaggia è sempre il doloroso dorso della mano, ma nessuno mi ascolta e invece tutti si sentono dei prodi Re Artù che, nel paese dei contrari, lottano per rificcare la spada dentro la roccia.
E io li lascio fare, così, quando l’ago è finalmente nella vena che avevo indicato io mezz’ora prima, stremata dal dolore mi congratulo per l’ottimo lavoro riuscito in breve tempo; questo perché ho imparato una cosa molto importante: un infermiere armato di siringa e con l’orgoglio ferito è davvero, davvero, molto pericoloso.

Così, quando l'entomologo mi ha suggerito, con quel suo modo subdolo ("Veda lei…"), di cercare un gruppo di supporto psicologico che mi aiutasse a superare il trauma della diagnosi, ad affrontare la malattia e a tollerare la trafila diagnostica, io mi sono data da fare perché sono ubbidiente (leggi: vigliacca) e mi fido di lui (leggi: vigliacca).
Durante la ricerca ho incontrato varie opportunità e ho dovuto fare delle scelte.

Ho cercato di capire i miei limiti e fino a dove potevo spingermi.

Alcuni esempi:

1)Gruppo di supporto per malati cronici :“Accetta l’animale che è in te”
In un certo senso è corretto ma è l’imperativo di accettare che non mi soddisfa: io non sono ancora pronta.

2)Associazione onlus : “Insetto lui, Insetto io, Insetti noi”
Sì ok, potrebbe anche andare...ma no: insetti sarete voi! Io sono solo, momentaneamente, indisposta.

3)Circolo di patchwork: “U.C.T.D. : Un consiglio ti do.”
Non so bene cosa c’entri il patchwork ma dal nome direi che è gente realista e tanto, tanto paziente.


Ora devo solo scoprire dove sono e come arrivarci ma per oggi ho fatto pure troppo, magari ci penso domani.
Tanto ho tutta la vita davanti, no?

E' da un po' che qualcosa non va nell'esame delle urine ma ammetto di non avergli dato mai importanza: sono stata addestrata dall'entomologo a cercare asterischi e di quelli non c'è traccia, ci sono invece dei "più" e delle sbarre con dei numeri, ma nessun allarmante asterisco e così io non mi sono, appunto, allarmata.
Poi, alla fine, è stato tutto più chiaro: un valore, in effetti, è sballato.
Il medico che ha controfirmato il referto ha scritto sotto: OK!
Ma come può essere OK un 102 quando il massimo è 18?
Da quel momento è cominciata la ricerca della causa e tutti (medici e infermieri) vogliono un po’ della mia pipì e così io piscio, diligentemente, in provette, vasetti e bidoncini, almeno una volta a settimana.
C’è stato poi un giorno in cui la mia pipì è diventata particolarmente richiesta e allora tutto è diventato alquanto folle, proprio come il resto della malattia.
Era un sabato, me lo ricordo perché, anche se sono nullafacente a causa della mia salute ballerina, sento il fine-settimana come un traguardo a cui anelare: in fin dei conti di domenica i laboratori di analisi sono chiusi e io, almeno per quel giorno, sono al sicuro.
Mi sono alzata presto perché volevo sbrigarmela entro la mattinata e consegnare il barattolone in tempo per godermi il resto del tempo in santa pace.
Con questo spirito mi presento allo sportello e con la tipica faccia da ebete di una che con la testa è già distesa sul divano a bere un tè verde e a leggere un libro, porgo il mio “bagaglio liquido” all’omino vestito da gelataio che sta dietro al bancone.
“Questa è una e l’altra dov’è?”
Tipico umorismo da infermiere, ormai lo conosco bene.

“Ehm, l’altra COSA, scusi?”
“L’altra provetta signorina, io qua leggo che me ne doveva portare due, vede?

Vabbè non importa, PER QUESTA VOLTA, vada a farla adesso, il bagno è in fondo a sinistra.”
Tralascio i lunghissimi due minuti in cui rimango a bocca aperta, incapace di formulare un qualsiasi pensiero intelligente, mentre il gelataio mi indica insistentemente la fine del corridoio.
Devo di nuovo fare pipì! Ma ne ho appena fatti due litri e non mi viene perché dopo averla fatta non ho più bevuto nulla, poi io odio farla nei bagni pubblici e da quando la devo fare a comando non mi viene più. A casa ho il trucco di aprire tutti i rubinetti, dalla cucina al bagnetto al bagno grande e così dopo qualche minuto mi viene. Sono attanagliata dal senso di colpa nei confronti dei bimbi africani che muoiono di sete, ma almeno mi viene!
Insomma mi dirigo mogia mogia verso la toilette quando mi squilla il cellulare: è l’altro laboratorio di analisi in cui faccio parte degli esami, hanno bisogno urgentemente di un campione di urina, i risultati dell’ultimo test sono allarmanti e vogliono ripeterli subito.
E quindi eccomi qui: sono seduta sul pavimento del corridoio (sporco e infetto, lo so, me lo sento) di un ospedale, con in mano una provetta in cui devo fare una pipì (che non mi viene) mentre dal cellulare esce la voce di un’infermiera impanicata che mi spiega come il primario, a sua volta impanicato, voglia urgentemente un campione della mia pipì (che continua a non venirmi) per escludere una diagnosi, per me, infausta.
Appena riesco ad interrompere quell’isterica che c’è dall’altra parte del filo cerco di spiegarle che almeno per oggi, la mia pipì è, per così dire, prenotata dall’altro laboratorio ma lei ribatte, felice e sollevata, che non le serve la prima pipì della giornata ma la seconda!

Ma pensi lei che fortuna signorina: può ancora darcela!

Dopo aver spiegato alla mia delusa interlocutrice che anche la seconda pipì della giornata è, con mio profondo rammarico, già venduta ad un miglior offerente, mi sento dire:
“Be' ne faccia un po’ in due provette no? La aspetto entro un’ora. Grazie e arrivederci!”
A questo punto, ammetto la mia debolezza, mi verrebbe un po’ da piangere ma prontamente mi ricordo che non è proprio il caso di sprecare la minima quantità di liquido ancora presente nel mio corpo, altrimenti quelle due provette non le riempirò mai! Così mi faccio coraggio e mi alzo da terra, anche perché l’infermiere-gelataio sta tamburellando nervosamente sul bancone e mi guarda impaziente: in fin dei conti, anche per lui è sabato e vuole andarsene a casa.

Uno degli effetti collaterali dell’avere l’esame delle urine come unico metodo diagnostico per monitorare una patologia è che finisce per sembrarti strano fare pipì nel wc perché la fai talmente spesso nei barattoli, anche per giorni interi, che ogni volta che hai lo stimolo devi fermarti a pensare: ok, e oggi dove devo farla?
E questo toglie tutta la spontaneità che il bisogno fisiologico porta con sé.
Un giorno, colta da un' improvvisa necessità proprio mentre ero intenta nell’ennesima gara truccata di macchinine con mio nipote, me ne sono uscita con un :

“Oh no, devo di nuovo fare pipì! Scusa tesoro, ci vediamo dopo.”
A cui lui ha risposto con un intelligente: “Perché non ti metti il pannolino così la fai addosso e possiamo continuare a giocare?”
Anche quella prospettiva mi sembrava migliore del cosidetto “provettone” da due litri che mi porto in giro. Non è che con “in giro” io intenda i centri commerciali o le mostre d’arte, dico solo che se la domenica mia madre mi invita a pranzo io arrivo con la mia…pipì da asporto così non la devo trattenere fino al mio rientro a casa e posso bere quanto voglio!

E’ tutto abbastanza triste e imbarazzante, lo so, ma sono una che si è sentita dire “ora si spogli” in una stanza di tre metri per due affollata di studenti di medicina quindi, signori, ora come ora non mi imbarazza più niente!
Non so cosa mi abbia dato il coraggio, quel giorno, di sfilarmi pantaloni e maglietta davanti a quegli estranei: scartando l’incoscio desiderio di diventare una spogliarellista perché non mi ci vedo proprio (non ho il senso del ritmo, per dirne una), teniamo presente che in quei giorni la soglia del dolore che provavo aveva davvero raggiunto limiti inesplorati e, per fortuna mia, agivo quasi in automatico davanti a dei camici bianchi (dottori, ma anche macellai e gelatai…).
Non ringrazierò mai abbastanza il barbuto medico che mi ha quasi subito iniettato un miracoloso siero dalle proprietà strabilianti: nel giro di pochi minuti non ho più provato imbarazzo per le mie gambe evidentemente non depilate e per la biancheria non del tutto presentabile e avevo solo un vago ricordo delle parole dell’entomologo: “Le faranno una piccola operazione al braccio”. Parole a causa delle quali non avevo pensato che mi avrebbero chiesto di levarmi i pantaloni.

Il resto del tempo, trascorso a farmi armeggiare con bisturi e pinzette nella carne viva tagliuzzando pezzi di muscoli, ce l’ho ancora ben chiaro in mente visto che il “miracoloso siero” aveva una durata molto breve e visto che nessuno dei presenti era in possesso, o comunque volesse generosamente condividere con me, qualsiasi tipo di sostanza stupefacente…quando si dice: la malasanità…

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