DICIANNOVESIMA PUNTATA

"Non posso farcela."
"Certo che puoi farcela."
"No, davvero. Non fa per me. Non da sola comunque e tu non puoi venire, ma ti pare? No, No: non posso farcela."
Il Mio Ometto In Poltrona abbassa il giornale e mi guarda:
"Sì sì, come no. Ciao e divertiti."
E basta?
Questo è tutto l'incoraggiamento che ricevo?
Così non va.
"Mi accompagni alla fermata dell'autobus?"
"Stai scherzando, vero? Dì ma quanti anni hai?"
Ahhh, è il "momento-antipatia".
"Se devi fare così allora ci vado da sola, sia chiaro!"
Eh scusa, se deve fare il fastidioso allora è meglio che se ne stia casa, no?
(che poi è quello che lui voleva fare fin dall'inizio. Ma lasciamo stare.)
"Vabbè allora vado. Magari ti chiamo quando arrivo, che dici?"
"Ma arrivi dove? Devi solo andare un po' in periferia, saranno sì e no venti minuti di autobus!"
"E' l'ultima fermata, capisci? Il capolinea! Ti rendi conto? Sarà in mezzo al nulla! Com'è che da quando mi sono ammalata tutti i posti sono in mezzo al nulla, eh? Com'è 'sta storia?"
"Sarà che appena svolti l'angolo di casa tua è già "in mezzo al nulla"? Sarà che sei paranoica e se vedi quattro alberi verdi ti prende il panico?"
Ahhh, non era finito il "momento-antipatia".
"Ok, vado ma non mi piacerà, lo so già, che sia messo a verbale: non mi piacerà! Ultima chiamata, sei sicuro di non voler venire? No, dal tuo sguardo direi di no. Poi se mi perdo è colpa tua."
E' che non so cosa aspettarmi da queste persone, da questa gente nuova che non conosco e io non sono mai stata brava con gli estranei : ho serie difficoltà ad inseririmi in gruppi già strutturati, non c’è niente da fare, è sempre stato così.
Per esempio arrivo al corso di ballo quando è già cominciato e tutti si conoscono e io non riesco a fare amicizia, men che meno a trovarmi un compagno di salsa.
Oppure entro nella sala d’aspetto del medico ed è gremita di gente che chiacchiera amichevolmente da almeno un paio d’ore, mi ritrovo così a disagio e finisco per fare strane espressioni di insofferenza ed attirarmi gli sguardi di tutti, tanto per isolarmi ancora di più.
Non riesco ad inserirmi nemmeno sui gruppi di Facebook in cui, veramente, non è che ci sia poi un granchè da fare: devi solo iscriverti, leggiucchiare qua e là e magari postare qualcosa ma io no, non ce la faccio e mi rendo conto che al massimo potrei crearne uno io di gruppo, uno nuovo di zecca.
Però deve essere qualcosa a cui tanta gente vorrebbe partecipare, qualcosa che rappresenti tutti, altrimenti non si iscrive nessuno e io mi deprimo.
Dovrei scegliere un titolo generalista, un argomento che più o meno tocchi ogni persona a cui chiederò di iscriversi, qualcosa tipo:
“Quelli che almeno una volta nella vita hanno starnutito.”
o
“Per chi la mattina si lava i denti con lo spazzolino.”
o
“Quella volta in cui…”
E ognuno può riempire la frase a piacimento!
Io sarei la creatrice e fondatrice del gruppo, detterei le regole e modererei le inevitabili, lunghissime discussioni che nascerebbero dall’interessantissimo titolo che ho dato al gruppo che nel giro di brevissimo tempo sarebbe diventato famosissimo in rete e tutti vorrebbero iscriversi e farne parte e io avrei una lunghissima lista d'attesa di persone interessate a far parte del mio bellissimo e quotatissimo gruppo! Come no.

Ecco più o meno i miei sogni proibiti si sviluppano così.
La realtà invece è che so già che arriverò in quel circolo, mi chiederanno se so qualcosa di patchwork e io, ignorante e ottusa, ammetterò che non ne so niente e che l'unico motivo per cui sono arrivata fin lì è per vedere come sta la gente che, come me, ha un insetto che gli scorre nelle vene.
"Non posso farcela!" dico stupidamente ad alta voce mentre sto immobile di fronte all'autista che, sorridendo, guarda la destinazione sul mio biglietto e mi dice:
"Siediti vicino a me, poi ti passa, tranquilla. E' gente in gamba quella lì, vedrai che una mano te la danno. E poi è ora che tu capisca un po' su che giostra sei salita, no?"

DICIOTTESIMA PUNTATA

Ho male e così mi tocca farmi i solchi nelle mani stringendo i pugni e anche stavolta ho dimenticato di limarmi per bene le unghie.
Me ne scordo quasi sempre, soprattutto quando devo andare a fare esami dolorosi e ogni tanto anche un prelievo di sangue è un problema: sono una di quelle persone, ce ne sono tante, a cui le infermiere non trovano le vene e che quindi, ad ogni tentativo di buco, deve tenere i pugni stretti e, possibilmente, mordersi le labbra evitando inopportune bestemmie.
Dovendo fare prelievi ogni due settimane ho conosciuto una gran varietà di personale infermieristico e si sa che ogni individuo è una realtà a sé ma tutti si possono riunire sotto un grande comune denominatore che si esplica nella minacciosa frase:

Gliela trovo ben io la vena!
Le mie proteste e i miei suggerimenti risultano sempre invani e cadono nell’oblìo: io lo so che finirò per avere il braccio tatuato di ematomi e che l’ultima spiaggia è sempre il doloroso dorso della mano, ma nessuno mi ascolta e invece tutti si sentono dei prodi Re Artù che, nel paese dei contrari, lottano per rificcare la spada dentro la roccia.
E io li lascio fare, così, quando l’ago è finalmente nella vena che avevo indicato io mezz’ora prima, stremata dal dolore mi congratulo per l’ottimo lavoro riuscito in breve tempo; questo perché ho imparato una cosa molto importante: un infermiere armato di siringa e con l’orgoglio ferito è davvero, davvero, molto pericoloso.

Così, quando l'entomologo mi ha suggerito, con quel suo modo subdolo ("Veda lei…"), di cercare un gruppo di supporto psicologico che mi aiutasse a superare il trauma della diagnosi, ad affrontare la malattia e a tollerare la trafila diagnostica, io mi sono data da fare perché sono ubbidiente (leggi: vigliacca) e mi fido di lui (leggi: vigliacca).
Durante la ricerca ho incontrato varie opportunità e ho dovuto fare delle scelte.

Ho cercato di capire i miei limiti e fino a dove potevo spingermi.

Alcuni esempi:

1)Gruppo di supporto per malati cronici :“Accetta l’animale che è in te”
In un certo senso è corretto ma è l’imperativo di accettare che non mi soddisfa: io non sono ancora pronta.

2)Associazione onlus : “Insetto lui, Insetto io, Insetti noi”
Sì ok, potrebbe anche andare...ma no: insetti sarete voi! Io sono solo, momentaneamente, indisposta.

3)Circolo di patchwork: “U.C.T.D. : Un consiglio ti do.”
Non so bene cosa c’entri il patchwork ma dal nome direi che è gente realista e tanto, tanto paziente.


Ora devo solo scoprire dove sono e come arrivarci ma per oggi ho fatto pure troppo, magari ci penso domani.
Tanto ho tutta la vita davanti, no?

E' da un po' che qualcosa non va nell'esame delle urine ma ammetto di non avergli dato mai importanza: sono stata addestrata dall'entomologo a cercare asterischi e di quelli non c'è traccia, ci sono invece dei "più" e delle sbarre con dei numeri, ma nessun allarmante asterisco e così io non mi sono, appunto, allarmata.
Poi, alla fine, è stato tutto più chiaro: un valore, in effetti, è sballato.
Il medico che ha controfirmato il referto ha scritto sotto: OK!
Ma come può essere OK un 102 quando il massimo è 18?
Da quel momento è cominciata la ricerca della causa e tutti (medici e infermieri) vogliono un po’ della mia pipì e così io piscio, diligentemente, in provette, vasetti e bidoncini, almeno una volta a settimana.
C’è stato poi un giorno in cui la mia pipì è diventata particolarmente richiesta e allora tutto è diventato alquanto folle, proprio come il resto della malattia.
Era un sabato, me lo ricordo perché, anche se sono nullafacente a causa della mia salute ballerina, sento il fine-settimana come un traguardo a cui anelare: in fin dei conti di domenica i laboratori di analisi sono chiusi e io, almeno per quel giorno, sono al sicuro.
Mi sono alzata presto perché volevo sbrigarmela entro la mattinata e consegnare il barattolone in tempo per godermi il resto del tempo in santa pace.
Con questo spirito mi presento allo sportello e con la tipica faccia da ebete di una che con la testa è già distesa sul divano a bere un tè verde e a leggere un libro, porgo il mio “bagaglio liquido” all’omino vestito da gelataio che sta dietro al bancone.
“Questa è una e l’altra dov’è?”
Tipico umorismo da infermiere, ormai lo conosco bene.

“Ehm, l’altra COSA, scusi?”
“L’altra provetta signorina, io qua leggo che me ne doveva portare due, vede?

Vabbè non importa, PER QUESTA VOLTA, vada a farla adesso, il bagno è in fondo a sinistra.”
Tralascio i lunghissimi due minuti in cui rimango a bocca aperta, incapace di formulare un qualsiasi pensiero intelligente, mentre il gelataio mi indica insistentemente la fine del corridoio.
Devo di nuovo fare pipì! Ma ne ho appena fatti due litri e non mi viene perché dopo averla fatta non ho più bevuto nulla, poi io odio farla nei bagni pubblici e da quando la devo fare a comando non mi viene più. A casa ho il trucco di aprire tutti i rubinetti, dalla cucina al bagnetto al bagno grande e così dopo qualche minuto mi viene. Sono attanagliata dal senso di colpa nei confronti dei bimbi africani che muoiono di sete, ma almeno mi viene!
Insomma mi dirigo mogia mogia verso la toilette quando mi squilla il cellulare: è l’altro laboratorio di analisi in cui faccio parte degli esami, hanno bisogno urgentemente di un campione di urina, i risultati dell’ultimo test sono allarmanti e vogliono ripeterli subito.
E quindi eccomi qui: sono seduta sul pavimento del corridoio (sporco e infetto, lo so, me lo sento) di un ospedale, con in mano una provetta in cui devo fare una pipì (che non mi viene) mentre dal cellulare esce la voce di un’infermiera impanicata che mi spiega come il primario, a sua volta impanicato, voglia urgentemente un campione della mia pipì (che continua a non venirmi) per escludere una diagnosi, per me, infausta.
Appena riesco ad interrompere quell’isterica che c’è dall’altra parte del filo cerco di spiegarle che almeno per oggi, la mia pipì è, per così dire, prenotata dall’altro laboratorio ma lei ribatte, felice e sollevata, che non le serve la prima pipì della giornata ma la seconda!

Ma pensi lei che fortuna signorina: può ancora darcela!

Dopo aver spiegato alla mia delusa interlocutrice che anche la seconda pipì della giornata è, con mio profondo rammarico, già venduta ad un miglior offerente, mi sento dire:
“Be' ne faccia un po’ in due provette no? La aspetto entro un’ora. Grazie e arrivederci!”
A questo punto, ammetto la mia debolezza, mi verrebbe un po’ da piangere ma prontamente mi ricordo che non è proprio il caso di sprecare la minima quantità di liquido ancora presente nel mio corpo, altrimenti quelle due provette non le riempirò mai! Così mi faccio coraggio e mi alzo da terra, anche perché l’infermiere-gelataio sta tamburellando nervosamente sul bancone e mi guarda impaziente: in fin dei conti, anche per lui è sabato e vuole andarsene a casa.

Uno degli effetti collaterali dell’avere l’esame delle urine come unico metodo diagnostico per monitorare una patologia è che finisce per sembrarti strano fare pipì nel wc perché la fai talmente spesso nei barattoli, anche per giorni interi, che ogni volta che hai lo stimolo devi fermarti a pensare: ok, e oggi dove devo farla?
E questo toglie tutta la spontaneità che il bisogno fisiologico porta con sé.
Un giorno, colta da un' improvvisa necessità proprio mentre ero intenta nell’ennesima gara truccata di macchinine con mio nipote, me ne sono uscita con un :

“Oh no, devo di nuovo fare pipì! Scusa tesoro, ci vediamo dopo.”
A cui lui ha risposto con un intelligente: “Perché non ti metti il pannolino così la fai addosso e possiamo continuare a giocare?”
Anche quella prospettiva mi sembrava migliore del cosidetto “provettone” da due litri che mi porto in giro. Non è che con “in giro” io intenda i centri commerciali o le mostre d’arte, dico solo che se la domenica mia madre mi invita a pranzo io arrivo con la mia…pipì da asporto così non la devo trattenere fino al mio rientro a casa e posso bere quanto voglio!

E’ tutto abbastanza triste e imbarazzante, lo so, ma sono una che si è sentita dire “ora si spogli” in una stanza di tre metri per due affollata di studenti di medicina quindi, signori, ora come ora non mi imbarazza più niente!
Non so cosa mi abbia dato il coraggio, quel giorno, di sfilarmi pantaloni e maglietta davanti a quegli estranei: scartando l’incoscio desiderio di diventare una spogliarellista perché non mi ci vedo proprio (non ho il senso del ritmo, per dirne una), teniamo presente che in quei giorni la soglia del dolore che provavo aveva davvero raggiunto limiti inesplorati e, per fortuna mia, agivo quasi in automatico davanti a dei camici bianchi (dottori, ma anche macellai e gelatai…).
Non ringrazierò mai abbastanza il barbuto medico che mi ha quasi subito iniettato un miracoloso siero dalle proprietà strabilianti: nel giro di pochi minuti non ho più provato imbarazzo per le mie gambe evidentemente non depilate e per la biancheria non del tutto presentabile e avevo solo un vago ricordo delle parole dell’entomologo: “Le faranno una piccola operazione al braccio”. Parole a causa delle quali non avevo pensato che mi avrebbero chiesto di levarmi i pantaloni.

Il resto del tempo, trascorso a farmi armeggiare con bisturi e pinzette nella carne viva tagliuzzando pezzi di muscoli, ce l’ho ancora ben chiaro in mente visto che il “miracoloso siero” aveva una durata molto breve e visto che nessuno dei presenti era in possesso, o comunque volesse generosamente condividere con me, qualsiasi tipo di sostanza stupefacente…quando si dice: la malasanità…

SEDICESIMA PUNTATA

Nel giro di pochi giorni si sono riempite parecchie pagine di teorie, le più disparate a dire il vero.
Volendo fare una (inutile) statistica, direi che sono riconoscibili gli interventi di autori "over 50" per i loro continui riferimenti a fattori meteorologici.
La maggior parte delle volte, però, sono contrastanti: se un giorno il sole mi è amico e fautore del momentaneo benessere, l'indomani diventa causa scatenante dei più insopportabili dolori.
C'è, poi, chi attribuisce i miei malesseri a fattori esterni (parecchio esterni direi) come un risultato di calcio o la caduta di un governo.
Insomma, come direbbe il mio entomologo:

Unanimi, Con Teorie Diverse

Io, nel frattempo, mi godo gli alti e bassi della malattia e leggo, divertita e intenerita, gli sforzi di chi mi vuole bene, per dare un senso a tutto ciò.
Non che io ignori il fatto che, in fondo, non c'è un senso a tutto quello che sta accadendo.
A volte, però, cercare un significato aiuta a mantenermi lucida e a non scivolare in un vortice che mi porterebbe a dire cose tipo:

Vi odio, vi odio tutti voi che la mattina vi alzate e potete camminare senza dover aspettare che vi si sblocchino le caviglie.
Voi che correte da mattina a sera e poi ci mettete poche ore per recuperare e ripartire.
Voi che potete decidere all'ultimo momento di partire per il week-end senza dover pensare a come trasportare il frigo delle medicine.
Vi odio perchè di tutte queste fortune e di mille altre non vi rendete conto e vi odio perchè io, fino a poco tempo fa, ero come voi.

Ero tra quelli seduti in prima fila e il riflettore mi inquadrava a volte rendendomi protagonista per pochi minuti.
Non saprei nemmeno dire chi mi sedesse accanto perchè ero troppo concentrata a guardare davanti a me e a partecipare allo show, tanto ero sicura che nessuno mai mi avrebbe tolto la poltrona in prima fila.
Invece un giorno è arrivata la maschera e, puntandomi la torcia in faccia, mi ha sussurrato:
"Signorina, questo posto non è più suo, le devo chiedere di spostarsi."
"E dove?" Ho domandato io incredula.
"Più indietro, signorina, molto più indietro."
"In seconda fila, signora maschera?"
"No, signorina, molto più indietro. Venga, signorina, venga con me."
E io ho seguito la signora maschera che mi ha portato verso l'ultima fila della platea e poi su in prima galleria e ancora in seconda e poi:
"Si accomodi pure in piccionaia, signorina."
Così mi ritrovo incastrata su una scomoda e stretta poltrona, ho le ginocchia in bocca e lo spettacolo non riesco più a vederlo.
Quassù fa buio, non ci arrivano i riflettori e le risate della gente sono lontane.
Allora non mi resta da fare altro che guardarmi in giro per scoprire chi mi è seduto accanto.
Scopro così visi sorridenti incastonati in corpi scomodi e persone gentili che cercano di farmi posto perchè mi vedono a disagio e spaurita.
Chissà se, mi chiedo, anche loro, in fondo al cuore, sperano di ritornare in platea un giorno.
Metaforicamente parlando, s'intende.

QUINDICESIMA PUNTATA

Il mio divano: comodo, fresco, morbido e profumato.
Ho un cuscino sotto la testa, uno sotto le gambe, la copertina dalle spalle ai piedi e ho spento il cellulare.
Non ho nemmeno tolto le scarpe e ho ancora la borsa a tracolla ma non me ne frega niente perché sono finalmente a casa mia, di nuovo, e nessuno, ripeto, nessuno può smuovermi da qua.

DIN DON

"Signorina c'è un pacco per lei. Non scenda, salgo io. A che piano è? Mi ci voleva proprio un po' di esercizio!"
Il fitness-postino ha optato per le scale, buon per lui.
"Ah che bella corsa fin quassù e con questo pacco poi, ha visto che grande e quanto pesa? Glielo assicuro che pesa. Ma stava dormendo? Con le scarpe? Contenta lei! Firmi qui e la lascio tornare da Morfeo."
Il pacco è effettivamente molto pesante e con fatica riesco a trascinarlo in sala; l'etichetta del mittente dice:
"Residenza Dott. Tarlo"
Oh no, l'entomologo, cosa mai mi avrà spedito?
Non possono essere tutte medicine!
E se invece fossero medicine?
Ma le devo pagare?
Ma no, non sono medicine.
Saranno libri, sulla malattia magari, sulla bestia schifosa.
Ma è un regalo?
Diocheansia.
Mi ci vogliono parecchi minuti prima di rendermi conto che posso semplicemente scartare il pacco e scoprire cosa contiene.
All'interno ci sono due confezioni: in una trovo varie parti di un ignoto marchingegno e le istruzioni per montarlo.
Ci metto un po' (ok, ci metto quasi due ore) ma alla fine riesco a costruire un leggìo di legno su cui, immagino, andrà appoggiato l'altro contenuto del pacco: un grande libro scuro.
La copertina è rigida e pesante con intarsi che convergono al centro su cui c'è una piccola placchetta d'argento che dice:

"IL LIBRO DELLE TEORIE"
Le pagine all'interno sono tutte bianche e io non capisco cosa devo farci con questo ingombrante...diario? Sarà un diario? Io non sono una tipa da diario!
No, no, non io.
E che ci scrivo? Ogni giorno, poi, figuriamoci!
Come se uno avesse tempo di...ah ma c'è anche un biglietto.
Altre istruzioni?

"Mia cara,
ho più volte ripensato alla nostra chiacchierata e ai cambiamenti che ti aspettano d'ora in avanti.
Devi sapere che la tua vita sarà diversa e che con nuovi occhi guarderai al mondo e il mondo guarderà a te. Sono sicura che tu sia circondata da tante persone che ti vogliono bene e che, a modo loro, vorranno esserti d'aiuto. Starà a te imparare a gestire le loro dimostrazioni d'affetto.
Usa questo libro per fare un po' d'ordine e per lasciare alcune cose non dette.
Il silenzio è fonte di energia e Udire Contrastanti Teorie, Disorienta.
La Signora dei Pavoni."

Leggo e rileggo ma non capisco: oltre ad un tenero sentimento di gratitudine non riesco a provare altro perchè non colgo il vero significato delle sue parole.
Ora il libro è lì al suo posto sul leggìo e la prima pagina aspetta di essere scritta ma io non so cosa farci.

DIN DON

"Sono mamma, salgo."
Ah ecco la mamma, menomale, lei di sicuro avrà una spiegazione.
"Ciao tesoro, come stai? Sembri stanca."
"sai com'è: i dolori, la febbre, oggi sto peggio del solito, chissà perché."
"Lo so io perchè! E' ovvio, dev'essere il tempo, questa umidità o il sole, ecco sì il sole e poi di sicuro anche..."
"Ferma lì, non dire altro, non parlare più. Vai in sala, io intanto ti prendo una penna..."

Una volta mi hanno detto:
“Certo che tutta questa storia della malattia l’hai presa bene!”
Sono ancora qua a pensare in che altro modo avrei potuto prenderla.
“La butti sempre in ridere, ma come fai?”
Non lo so ma a volte la butto anche in piangere, solo che non si vede.
E poi ognuno ha i suoi modi di sopravvivere, io, per esempio, quando arrivano brutte notizie, arredo.
Mi ricordo quella volta in cui mi hanno telefonato a casa per dirmi quanto grave fosse la situazione: la mia prima reazione è stata andare nella stanza degli ospiti con il metro, un foglio di carta e una matita, a prendere misure.
Visto che poi c’erano di mezzo anche i giorni di attesa del risultato degli esami, mi sono un po’, come dire, allargata, e quindi:

INPUT: telefonata con pessime notizie e attesa risultato esami
OUTPUT: un lampadario, un coffee table, una cameretta a ponte e tre mensoline color oro.

Per fortuna le notizie così brutte sono abbastanza rare, lo dico per il mio portafoglio più che per la mia salute.

Arredare per me significa che vivrò a lungo per godermi tutto quello che compro, rimarrò in questa casa anche se per arrivare all’ascensore bisogna fare una rampa di scale perché le mie gambe funzioneranno bene e sarò di nuovo in grado di avere un lavoro a tempo pieno per mantenere tutto questo.
Arredare vuol dire circondarsi di cose belle e colorate che compensino le pareti bianche degli ambulatori e di cose profumate che coprano la puzza degli ospedali.
Arredare vuol dire alzare il volume della musica per non sentire le voci dei medici e degli infermieri.
Arredare vuol dire avere tante belle cosette nuove da ammirare nelle giornate in cui non posso alzarmi dal divano.
Arredare vuol dire continuare quella vita che avevo cominciato prima e che non posso del tutto cancellare.
Arredare vuol dire che le cose da scrivere sul calendario non sono solo: “14 ottobre day-hospital ore 8, porta pipì.” Ma anche “25 ottobre arrivano mobili nuovi, sgombera cameretta”

Direi che, più che le medicine, mi ha salvato una libreria in wengè.

QUATTORDICESIMA PUNTATA

"22!"
"15!"
"32!"
"AMBO!"
Urlo alzandomi dalla sedia e sventolando un foglietto a mo' di scheda del bingo.
Ma non ride nessuno?
Se le persone si possono giudicare dal loro grado di umorismo e ironia sono finita male, molto male.
C'è anche da dire che tutti quelli che entrano in questa stanza, la numero uno, ne escono di umore pessimo e mugugnando qualche timida protesta.
Tutto ciò non è molto incoraggiante, anzi ora che ci penso forse potrei alzarmi e magari andarmene...
"48! Ah è lei che fa la spiritosa, venga venga che fa ridere un po' anche noi."
Mentre mi alzo e faccio quei pochi passi che mi separano dalla stanza numero uno, i miei pensieri sono i seguenti:
-cosa ci faccio io qua che sono sana e non ho nulla (di solito il primo pensiero è anche quello più inutile ma ormai mi ci sono affezionata e me lo tengo);
-se corro veloce posso ancora scappare e non mi prendono (non che questo sia più utile ma mi piace l'idea di poter ancora essere in grado di muovere le gambe a mio piacimento);
-potrei davvero farli ridere e magari loro non mi farebbero del male perché lo so che stanno per farmi del male;
-mammaaaaaaaaaa
Alla fine so che entro e lascio che mi facciano tutto quello che vogliono perché, come al solito, non ho il coraggio di dire niente e quando mi chiedono:
"Le sto facendo male?"
abbozzo uno dei miei sorrisi da ebete e li rassicuro, un po' perché sono vigliacca e un po' perché penso sempre che se mi metto pure a discutere a casa non ci torno più e invece io non vedo l'ora di stare di nuovo tra le mie cose e di sentirmi al sicuro.
In fin dei conti la stanza numero uno non è differente da quelle seguenti: mi chiedono tutti di spogliarmi (cosa che ormai faccio in automatico anche davanti all'infermiera che vuole solo prendermi la pressione e che non sa come dirmi che non occorreva calare i pantaloni), mi avvertono che sentirò un leggero fastidio (il che vuol dire "dolore" nella loro lingua quindi attenzione quando omettono l'aggettivo "leggero" perché la situazione si fa pericolosa) e borbottano qualcosa che non comprendo bene ma che non credo sia nulla di buono perché hanno una faccia seria seria ed evitano di incrociare il mio sguardo. (Il mio papà mi ha sempre detto di stare attenta a quelli che non ti guardano negli occhi e il mio papà ha sempre ragione, che si sappia.)
Arrivata alla stanza 21 ho un moto di ribellione.
Lo so, non dovrei farlo ma mi viene da tornare indietro!
Tra la 15 e la 16 c'era la cucina e veniva fuori un nauseabondo odorino di latte e qualcos'altro di indefinito così non ho voluto approfittare dell'invitante offerta della signora con la cuffia di plastica:
"Senta lei se vuole il caffellatte me lo devo dire subito perché ho da fare!"
Ma arrivata alla stanza 18 mi sono resa conto che ho fame, che sono a digiuno da ieri sera e che butterei giù qualunque cosa, anche la cuffia di plastica della simpatica signora e così io ci provo a tornare un po' indietro.
Mi guardo furtiva a sinistra e a destra, mi assicuro che siano tutti distratti a procurarsi reciproco fastidio e dolore e...
"48 dove crede di andare? Indietro non si torna, bambina mia! Quel che è fatto è fatto, non piangere sul latte versato e poi quando si chiude una porta, si apre un portone! Non so se mi sono spiegato..."
"Ho fame, la prego, ho fame. Volevo solo un biscotto, un po' di tè, si può?"
"Sei nuova, vero? Mi fai quasi tenerezza ma, sai com'è, chi la fa l'aspetti, cara mia. D'altra parte il fine giustifica i mezzi quindi vedrò cosa posso fare ma acqua in bocca, d'accordo?"
Se davvero torna con qualcosa da mangiare, giuro che non riderò più di lui, anzi: ride bene chi ride ultimo...credo.
Mentre aspetto fiduciosa, squilla il cellulare:
"Dove sei?"
Una voce amica, mi viene persino da sorridere.
"Sto per entrare nella stanza numero 21, ho cominciato dalla 1. Tutti mi visitano e mi palpeggiano, è un po' fastidioso ti dirò."
"Ma devi prepararti per le Olimpiadi?"
"Forse, chi può dirlo. Comunque vedo ancora altre tre porte e se tutto va bene, fra una mezz'oretta sono libera."
Libera di andare a spalmarmi sul divano e cercare di dimenticare tutto, almeno fino alla prossima volta.

TREDICESIMA PUNTATA

Non ci metto molto a capire dov’è l’entrata dell’ospedale: c’è una lunga fila di persone assonnate - sono le sette del mattino – che cercano di rimanere sveglie facendosi aria con i mille fogli del medico che reggono in mano, sempre attente a non far oscillare un sospetto sacchettino in cui, immagino, sia nascosta qualche provetta. Lo immagino perché anche io sono nella stessa situazione e, con un po’ di imbarazzo, ho con me la mia liquida pipì e anche la solida paura che possa tutto rovesciarsi dentro alla borsetta rendendo questa giornata una di quelle da non raccontare a nessuno, nemmeno all’Uomo che condivide ogni mio segreto.
Mi avvicino e cerco di sorridere sperando in una sorta di solidarietà tra malati ma tutto quello che ricevo sono sguardi eloquenti : “Quella è una nuova, già la odio” e inizio anche a sentire un fastidioso brusìo quindi la mia paranoia aumenta fino a quando dalla fila si sporge una Gonna Jeans che mi avverte:
“Sappiamo che è nuova quindi le do qualche consiglio così non ci fa perdere tempo: ascolti bene tutte le indicazioni che le verranno date perché non le ripetono e, per l’amor del cielo, qualunque cosa decida di fare, non torni mai indietro, ok? Mai.”
“Certo, grazie, va bene.”
Balbetto con la voce ancora rauca di chi è appena sceso dal letto.
Ma non so se me la sento di rimanere: io non sono molto brava a ricordare le cose e poi sono nervosa e finirò per fare qualche guaio e se tutti questi si mettono contro di me non ho scampo, quasi quasi mi giro e me ne vado ma…no, non posso più, ho già tre persone dietro di me e andarmene significherebbe tornare indietro e quella Gonna Jeans l’ha detto chiaro e tondo che non posso.
Quando finalmente aprono le porte e ci fanno cenno di entrare cerco di capire cosa devo fare e guardo quelli prima di me ma nessuno di loro parla ad alta voce, bisbigliano e non so mica cosa devo fare una volta che è il mio turno:
“Buongiorno, mi chiamo…”
“Tessera sanitaria e impegnativa grazie lei è il numero 48 capo veda qua che c’è una nuova è la 48 grazie passi avanti prego”
L’ha detto tutto d’un fiato e non so come ma mi ritrovo nella saletta accanto con un foglietto su cui c’è scritto “48” in inchiostro blu (che spero non sia un mal celato riferimento alla mia attuale taglia di pantaloni, grazie) quando un tizio, alto un metro e un niente e, bè non vorrei dire grasso quindi dirò “diversamente magro”, mi si avvicina, mi strappa il foglio di mano e comincia:
“Buongiorno a lei, il mattino ha l’oro in bocca, cara la mia 48. Qua non rimandiamo a domani quel che possiamo fare oggi quindi chi ha orecchie per intendere intenda, non so se mi sono spiegato. Sto per darle le istruzioni che dovrà seguire e che prenderà come oro colato. Ho la sua attenzione? Bene perché Paganini non ripete, non so se mi sono spiegato.”
Come faccio a non ridere, ma qualcuno sta sentendo quello che dice? Mi guardo intorno cercando conferma della follia a cui sto assistendo ma tutti sembrano indaffarati a prepararsi, tirare su maniche, mettere a posto fogli e cercare una sedia libera. Ma noto solo io quanto strano stia parlando quest’uomo, eh?
Niente da fare, non un cenno di comprensione.
Ehi un attimo, il tizio intanto sta parlando, devo stare attenta, ha detto qualcosa tipo “è importante che” ma io non so come continua la frase!
Ho perso un pezzo e ne sto perdendo un altro mentre sto pensando che sto perdendo un pezzo.
Ora che lo guardo bene ha anche dei baffi strani e mentre parla vanno su e giù e formano delle onde e…no, mi sto distraendo di nuovo.
Concèntrati, libera la mente e apri bene le orecchie, questo non ripeterà niente e io non so cosa sta dicendo.
“…quindi segua l’ordine delle stanze e attenda di essere chiamata. Ora firmi qui, qui e qui e chi si è visto si è visto. Non so se mi sono spiegato.”
“Perfettamente!” balbetto.
Nella mia stupidissima incoscienza mi dico che prima o poi qualcuno chiamerà il mio numero, no?

DODICESIMA PUNTATA

"Quindi è tutto qui quello che è successo? Ho perso il momento? Mi sono, come dire, deconcentrata da quello che mi stava succedendo e, ops, la bestia mi ha aggredito?"
"Non è propriamente una bestia e non userei il verbo aggredire!"
Come indispettire un tenero entomologo in un sol colpo.
"Mi scusi, intendevo l'insetto, quello che, mentre noi stiamo parlando, colonizza in simpatia nelle mie vene. Va meglio?"
"Sì e per essere più precisi si tratta di un esemplare di Mutaforma nonnunquamopportunista, un parassitoide ematofago che ... ma vedo dalla sua espressione che le sto dando fin troppe informazioni quindi diciamo che è del tutto innocuo nella maggior parte dei casi ma piuttosto, ehm, invadente in alcune situazioni. E' inutile però soffermarci sulle cause, direi invece di parlare dei prossimi esami e della terapia da intraprendere al più presto."
No, caroilmiodottore, non te la cavi così.
"Scusi un attimo, almeno mi dica dove ho sbagliato e come fare affinchè non ricapiti. Non può lasciare il discorso in sospeso!"
Vero, Ometto che stai alla mia sinistra e Futuro Padre dei Miei Figli?
Vero?
"Non credo che tu abbia fatto nulla di sbagliato, tesoro. Giusto, dottore? Sono cose che possono succedere a tutti, non hanno nulla a che fare con la volontà o l'intenzione. Solo che, forse, ora che sappiamo cos'è possiamo fare qualcosa per migliorare la situazione, o no?"
Grazie caro.
Ora gli occhi puntati sul Dottore sono quattro e chiedono la stessa cosa.
"Non mi dia poteri taumaturgici, no no!"
Ma come no? Ma allora, scusi, per cosa la pagano? Per molestare i pazienti mostrando loro foto oscene di repellenti insetti?
E continua:
"Io le posso dire quali e quante pastiglie ingurgitare al giorno e quali e quanti esami fare al mese ma il resto, mi creda, lo capirete strada facendo. Ci sarebbero dei gruppi di aiuto a cui può rivolgersi, se vuole poi glieli segno.
Ora mi lasci fare l'elenco dei farmaci che assumerà così quando ci rivedremo fra, diciamo, sei o otto mesi mi saprà dire come va."
Sei o otto mesi? Ma è un'eternità! Sarà Natale, avremo i cappotti, ci sarà neve ovunque e quei pavoni potrebbero benissimo essere schiattati nel frattempo, per non parlare dell'Anziana Signora... E' troppo tempo!
Respiro profondo, sorriso da ebete e:
"Va benissimo grazie, fra otto mesi torno e ne riparliamo."
"Ora le prenoto una giornata all'Ospedale Civile di Santa Pazienza, diciamo per la prossima settimana, le va bene?"
Come no, tanto ormai...


UNDICESIMA PUNTATA

E va bene: sediamoci, parliamone, spiegatemi queste cose che non so ma che voi due avete già così brillantemente compreso.
“Immagino che la sua vita sia abbastanza, come dire, frenetica e impegnativa vero?”
“Vuole dire che mi sono stancata troppo? Allora sì, sicuramente, ha ragione, ma posso rallentare se vuole. E’ che ho tanto da fare, tanti progetti, ho preso degli impegni e vorrei portarli a termine, non dovrò mica cancellare tutto, vero?”
“No, volevo solo che mi confermasse quello che un po’ mi è già stato raccontato mentre era fuori e che ha permesso alla malattia, alla bestia, di attecchire trovando terreno fertile.”
Tradita da un Ometto in jeans e maglietta rossa, ma cosa cacchio gli hai detto?
“Senta, io non so che idea lei si sia fatto di me ma non sono una pazza sconsiderata che si trascura, sono solo una persona che lavora molto e che si sta costruendo un futuro!”
“Non c’è nulla di male in questo, anzi, è importante avere dei progetti e questo se lo deve ricordare sempre perché ci saranno dei giorni in cui non potrà fare molto se non guardare ed aspettare e in quel momento avere dei piani, qualcosa da realizzare, la salverà dalla follia. Glielo assicuro.”
Follia, ha davvero detto follia?
Grazie, caroilmiodottore, ora mi hai ufficialmente fatto paura.

Non mi resta che cercare disperatamente di ricordarmi le parole dell’Anziana Signora :
Non lasciare mai che ti dicano come sarà il tuo domani perché nessuno lo può sapere.
Non lasciare mai che ti dicano come sarà il tuo domani perché nessuno lo può sapere.
Non lasciare mai che ti dicano come sarà il tuo domani perché nessuno lo può sapere.
Ok, ci sono di nuovo.
“Vada avanti, la ascolto.”
“Mi chiedo se lei sia una persona felice perché anche questo è un aspetto importante.”
“Bè, guardi, lo ero di sicuro prima di questa conversazione, senza offesa s’intende.”
“Ci credo, si figuri, nessuno esce di qua contento, questo lo so e non posso farci niente ma mi chiedo se lei, la mattina, si alzi felice. Provi a pensarci.”
“Ma certo, che domande!”
Sciocchino.
“Pensaci bene, ha ragione il Dottore.”
La Maglia Rossa ha parlato e tradito, di nuovo.
“Vediamo se così capite meglio: io sto cercando di costruirmi una vita felice, va bene? Sto lavorando per fare carriera, sto sistemando casa per poterci vivere bene e sto progettando di sposarmi e avere dei figli. Non si può pretendere che io sia serena e rilassata mentre faccio tutto ciò ma ci sto provando, capite? Quando avrò tutte queste cose allora sì che sarà perfetto e potrò sedermi e guardare, osservare e godermi i frutti di tutta questa fatica. Ma ho bisogno di stare bene per farlo, quindi la prego, mi faccia stare bene, non vanifichi tutto il lavoro che ho fatto finora.”
Mi giro verso il Futuro Padre dei miei figli e:
“Tu mi capisci, vero? Tu lo vedi lo sforzo che faccio per conquistare tutto quello che vogliamo per noi, vero? Tu lo sai che un giorno avremo tutto quello che desideriamo e che saremo felici, lo sai vero? Vero?”
Non ho risposta.
Allora penso che non so se c’è qualcuno in questa stanza che capisca cosa voglio dire e, francamente, a questo punto chissenfrega perché credo di aver appena realizzato quanto questi progetti siano solo miei e io non li abbia mai davvero condivisi con nessuno, nemmeno con il Futuro Padre dei miei figli che, purtroppo, in questo momento ha verso di me uno sguardo colmo di inquietudine e pena.
Ho sempre creduto che questa sensazione di aspettativa nei confronti della vita, di ricerca di nuovi obiettivi, sempre più alti, fosse fondamentale per far girare il mio ingranaggio e che mi tenesse in vita e non mi sono fai fermata a pensare che questo viaggio faticoso si potesse fare in due o addirittura, udite udite, si potesse non fare del tutto.
“Ma la casa non è finita e il lavoro non è quello che volevo e il matrimonio non è ancora stato fatto e…”
“E va bene lo stesso, va bene anche così.”
Io non lo so ancora se proprio va bene così ma, comunque sia, il Mio Dottore annuisce sorridendo e c’è un Uomo Bello e Intelligente che mi accarezza la mano.

Facciamo che per ora va bene così.

DECIMA PUNTATA

Succede, quindi, che mi ritrovo seduta su una panchina di ferro che sta sotto al portico e guardo, da distanza di sicurezza, questi pavoni colorati che sono molto più grandi di quanto uno si immagini.
Sento dei passi e mi volto per vedere arrivare l’Anziana Signora di prima, quella che ci ha fatto entrare in questa strana casa.
Insieme guardiamo per alcuni minuti questi bizzarri animali e poi lei rompe il silenzio:
“Ti ho portato una tazza di tè, cara, sono sicura che ti farà sentire meglio.”
Allora non sono la prima ad aver avuto bisogno di un po’ d’aria fresca dopo il colloquio con il Dottore! Confortante. Oppure no?
“Meravigliose creature, vero? Ne abbiamo sempre avute, almeno da quando ne ho memoria io.”
“Davvero? Ma quanto vivono?”
“Non saprei, dicono che vivano per circa dieci anni. Alcuni di questi che vedi ne hanno quasi nove, se ricordo bene.”
“Quindi fra un anno…?”
“Fra un anno cosa, mia cara?”
L’Anziana Signora spalanca gli occhi e mi guarda stupita, poi prosegue:
“I miei pavoni sono animali straordinari, sono esseri unici, diversi l’uno dall’altro. Credi davvero che io badi a quello che si dice, a quello che sta scritto sui libri? Io mi prenderò cura di loro ogni giorno, come ho sempre fatto, senza contare gli anni che passano e senza avere paura di quello che succederà domani perché, lascia che ti sveli un segreto mia cara, il domani non esiste e di sicuro non vale la pena avere paura di qualcosa che non esiste, vero?
Oggi, ora, io e te siamo qua, sedute su questa panchina (a cui di sicuro serve un morbido cuscino perché è troppo scomoda) a bere un po’ di tè caldo e a godere dei colori della natura. Non c’è nient’altro che abbia importanza, non credi?”

Mi ci vuole un sorso di questa terapeutica bevanda bollente, e poi:
“Io non saprei, davvero. Vorrei che fosse così ma, sa, ho un po’ paura di quello che potrà succedere quando ci alzeremo da questa panchina (a cui serve un cuscino, ha ragione) e io dovrò tornare dentro a sentire come sarà la mia vita d'ora in poi.”
“Cara, sei qua a fare una visita da un semplice medico, non una seduta da una chiromante per farti leggere il futuro! Qualunque cosa ti verrà detta in quello studio sarà solo una supposizione, una congettura frutto, probabilmente, di statistiche ed esperienze passate. Non lasciare mai che ti dicano come sarà il tuo domani perché, mia cara, nessuno lo può sapere.”
Allora chiudo gli occhi, faccio un respiro profondo e credo, con tutta me stessa, a queste parole pronunciate da un’Anziana Signora che alleva pavoni e vive con un tizio che ama gli insetti.
A questo punto immagino che dovrei avere il coraggio di rientrare dal Mio Ometto e dal Mio Dottore e affrontare tutto quello che, di solito, segue alla diagnosi: esami più specifici, piano terapeutico e suggerimenti vari per uno stile di vita migliore.
In realtà mi manca qualcosa: non ha a che fare con il futuro, incerto e confuso, che mi aspetta e non non c’entra nemmeno con il mio presente, doloroso e difficile.
Quello che mi manca è legato al passato: io voglio sapere come e perché è entrato un insetto nel mio sangue! (in realtà di quelle bestioline ne ho milioni, hanno formato delle colonie e si riproducono come conigli, lo so, lo so.)
Ma non lo posso chiedere all’Anziana Signora perché sembra ferrata solo sul tema: “Non c’è futuro, cogli l’attimo” e non credo che nell’osservazione dei pavoni ci siano tutte le risposte che voglio adesso, quindi, direi che sono finalmente pronta per rientrare e chiedere:
“Scusi ma perché mi sono ammalata? E’ colpa mia? Dove ho sbagliato?”
“Non si tratta di avere colpe, è più una questione di momento, anzi, di perdita del momento.”
Il Mio Ometto annuisce mentre vengono pronunciate queste incomprensibili parole.

“Siediti un attimo, il Dottore mi ha spiegato alcune cose mentri eri fuori.”

NONA PUNTATA

Credo di essere rimasta a bocca aperta e di aver trattenuto il fiato per svariati minuti per poi darmi una sana scrollata:
“Lei mi sta dicendo che questa bestia mi ha punto e che ora sto male?”
“No, no, assolutamente no!”
Menomale, di nuovo.
“Questo insetto lei ce l’ha nel sangue, bè a dire il vero oramai ne avrà milioni ma questi sono solo dettagli, non perdiamo di vista il vero problema.”
Ah certo perché il vero problema non è avere milioni di cloni di questa insulsa bestia ripugnante che mi scorrono nel sangue in questo momento, il problema è un altro, scema io che non ci ho pensato.
“Quello di cui stiamo parlando è la malattia che ne deriva, la patologia di cui soffre lei e per la quale è venuta da me.”
Allora mi sa che è arrivato il momento di farmi tutto un coraggio e di ascoltare quello che ha da dirmi questo tizio col camice da gelataio che guarda con occhi innamorati la fotografia di un insetto brutto e schifoso.
“Innanzitutto il nome, è buona educazione fare le presentazioni: la sua malattia si chiama U.C.T.D.”
“Uccittiddì? E cosa vuol dire?”
“E’ un acronimo, una sigla.”
So cos’è un acronimo e personalmente li odio. (ma non glielo dico, non vorrei mostrarmi troppo intollerante oltre alla faccia schifata che ho già fatto alla vista dell’insetto malefico)
“Bene, abbiamo un nome, è un inizio: se non altro significa che è una malattia conosciuta, studiata e che probabilmente c’è una cura. Vero?”
Chiede il Mio Ometto Speranzoso.
“Io userei più il termine “trattabile” che “curabile”, rende più l’idea della cronicità della patologia. Ve l’avevo detto che è cronica, vero?”
Sì, sì, grazie e magari se non me lo ripete ogni due secondi è anche meglio.
“Sì questo l’avevamo capito, ma ci sono tante altre cose da chiarire. Per esempio: cosa vuol dire esattamente U.C.T.D.?”
Il Mio Ometto si fa intraprendente.
“Dipende.”
Questa me la deve spiegare.
Anzi no, ad alta voce: “Scusi sa ma questa me la deve spiegare!”
“Il significato cambia a seconda della condizione del paziente e dello stadio della malattia. Nel suo caso direi: Unica Cura Tanta Dedizione. Ma mi creda, ci sono persone che arrivano qui già in fase: Urge Chiedere Telefonata Dio e non possiamo fare poi molto.”
Quindi mi è andata bene, giusto?
“Non so, faccia lei. Direi piuttosto che è il caso di passare subito alla fase successiva: Una Continua Trafila Diagnostica, per avere un quadro più preciso della situazione e per ricavare una conta delle colonie.”
Un brivido di orrore mi scorre addosso: ma ti pare che voglio sapere quante bestie pelose e schifose mi stanno infestando il sangue? Ma ti pare?
“Scusatemi ma ho bisogno di un po’ d’aria fresca.”
Mi manca il coraggio, lo ammetto, e poi ci sono dei pavoni fuori in giardino che in questo momento mi fanno meno paura, ma molta meno paura, di quella bestia che, apparentemente, mi scorre nelle vene.

OTTAVA PUNTATA

Non fa alcun cenno, è evidente che non capisce.
“Forse è meglio se ricominciamo da capo, magari con qualche termine più preciso, più tecnico.”
L’Ometto Pignoletto seduto accanto a me ha parlato e precisato, mi sa che ci eravamo un po’ persi.
“Va bene, se volete possiamo ripartire dall’inizio: mi parli della sua malattia.”
Ci risiamo: me l’ha chiesto di nuovo e stavolta devo fare bella figura, è la mia grande occasione, dio che ansia da prestazione.
“Certo, la mia malattia, come la chiama lei, anzi adesso che ci penso credo che ci sia un errore di fondo, un problema alla base: perché stiamo parlando della mia malattia? Siamo già sicuri che sia una malattia? A me pare più una momentanea indisposizione, ecco sì: un malessere passeggero e del tutto risolvibile. Io sono venuta qui per risolvere questa situazione: vorrei che lei mi desse qualcosa per togliermi di dosso questa cosa che ho e che non riesco a mandare via.
Ormai condiziona ogni mia mossa, tutto è più difficile e più faticoso; le bottiglie dell’acqua non si fanno aprire, le scale sono sempre più alte e le tapparelle, quelle stramaledette tapparelle, non si vogliono più alzare, ma perché? Io non so come altro spiegarlo, posso fare un esempio forse?”
Guardo avanti, a lato e aspetto un cenno di conferma ma nessuno dei miei due interlocutori si smuove di un millimetro: grazie per l’aiuto, ora sì che mi sento a mio agio.
Fa niente:
“Comunque, ecco l’esempio: vado a fare una passeggiata e questa cosa mi segue, sta sempre con me, me la sento dentro e allora anche due passi mi sembrano mille e la fatica mi schiaccia perché ho dentro questa cosa, anzi no, ce l’ho proprio addosso e a volte vorrei poterla lasciare a casa e andare a farmi una corsa da qualche parte, libera da questo peso, da questa bestia, da questa zecca che ho appiccicata addosso da qualche mese!”
“Zecca?”
L’Ometto guarda me, guarda il Mio Dottore ed entrambi abbiamo capito.
Epifania time.
“E’ per questo che siamo qui? Perché ha una zecca addosso? E’ per questo motivo che ci hanno mandato da un entomologo?”
“No! Non è una zecca!”
Menomale.
“E’ un altro tipo di insetto. Aspettate un attimo, cerco una foto e ve la mostro.”



SETTIMA PUNTATA

E così noi parliamo, dialoghiamo, forse per un’ora, forse di più. Io e e il mio Dottore ci diciamo tante cose, lui usa soprattutto queste espressioni:
“E’ naturale, certo.”
Oppure:
“Me lo aspettavo.”
E anche:
“Succede sempre così.”
Così io gli racconto i fatti miei: la frizione dell’auto che improvvisamente è durissima ma che nessun meccanico vuole riparare, le serrature di casa bloccate ogni mattina, il mio sonnambulismo (dev’essere l’unica spiegazione alla stanchezza che ho la mattina) e tutto quello che in questi ultimi mesi è cambiato intorno a me.
Più lui annuisce e più io mi sento a mio agio e racconto, mentre Quel Tizio Serioso seduto accanto a me non si capacita di quello che sta succedendo: ho davvero trovato qualcuno che capisce quello che dico.
Ad un certo punto decido pure di buttare il carico e così, dopo un gran sospirone, glielo dico:
“Io ogni tanto devo fare questi minipisoli oppure mi spengo.”

E aspetto.
Aspetto.
Aspetto.
Forse non avrei dovuto dirglielo.
Forse era meglio non esagerare.
Ora ritratto.
Ora interviene il mio Amore e mi salva.


Invece il mio Dottore alza la testa dagli appunti e mi dice:
“Mi spiace. Immagino sia difficile vivere così.”

Ho creduto di non riuscire a trattenere le lacrime e di alzarmi dalla sedia per correre dietro alla scrivania ed abbracciare quell’estraneo con il camice bianco che mi ha appena dato la possibilità, finalmente, di chiedere aiuto.

Io invece raddrizzo le spalle, improvviso uno dei miei migliori sorrisi e gli dico:
“No, non creda, me la cavo benissimo. Appena questa cosa sarà passata, andrà ancora meglio.”
“Questa cosa non passerà”.
Non ha lasciato trascorrere più di cinque secondi dalla mia frase che subito ha dovuto precisare, ha dovuto puntualizzare e io mi chiedo perché non se ne poteva stare zitto.
“Ora le spiego tutto meglio ma è importante che lei capisca una cosa semplice: quello che ha non se ne andrà, non passerà. È una patologia cronica, deve imparare a conviverci.”
Adesso mi alzo e con ostentata naturalezza, come se fosse previsto e inevitabile, percorro i pochi passi che ci separano e gli stampo una sberla sulla sua capocetta e se poi mi gira brutto gli do anche un pizzicone sulla guancia da lasciargli il segno e solo a questo punto gli spiego, con calma e serenità, che lui non sa con chi sta parlando e che dovrebbe davvero pesare bene le parole prima di vomitarle fuori da quella sua boccaccia.

Io invece raddrizzo di nuovo le mie forti spalle, gli ripropongo l’ennesimo sorriso da ebete e gli comunico che:
“Non è possibile, mi creda. È solo un periodo, passerà. Io, poi, ho tanto progetti: un lavoro da portare avanti, la casa da finire, una famiglia da costruire, insomma io ho una vita da vivere, non so se capisce”.

SESTA PUNTATA

All’interno la casa sembra riservare ancora più sorprese: mentre educatamente aspettiamo in piedi all’ingresso, la nostra ospite fa il giro delle varie stanze, è apparentemente molto indaffarata ma non esce mai dalla stessa porta da cui entra il che non ci permette di avere un’idea precisa di come sia fatto questo posto. L’unica cosa certa è la scala di legno di fronte a noi, porta al piano di sopra ma a metà la vista è interrotta da una lunga tenda di velluto rosso che pende dal soffitto e che ci impedisce di capire dove vadano a finire quegli scalini.
Su ogni muro c’è della carta da parati un po’ rovinata e quasi del tutto ricoperta di cornici dorate che contengono vecchie foto sbiadite, filtra poca luce perché le poche finestre che riesco a scorgere sono coperte di pesanti tende scure.
Verrebbe voglia di esplorare questo posto da cima a fondo ma, ora che ci penso, verrebbe anche voglia di darsela a gambe levate e tornare in un posto che sia meno inquietante.
Troppo tardi, di nuovo.
“Seconda porta a destra, entrate pure e sedetevi. Il dottore sarà subito da voi.”
La dolce vecchietta fa cenno di sbrigarci, deve aver notato la nostra poca voglia di procedere.
La porta a vetri che apriamo ci introduce finalmente alla stanza del medico: è uno studio enorme e molto disordinato, ci sono libri ovunque, non solo sugli scaffali delle librerie e sulle mensole sbilenche ma formano anche delle torri che partono da terra e traballano ad ogni nostro passo. La scrivania, almeno credo che quella sia la scrivania, è interamente ricoperta di carte, u.f.o. vari (non riesco ad identificare tutto), due telefoni, una tastiera (e il computer dov’è?) e varie paia di occhiali.
Non sappiamo bene dove sederci perché anche le sedie sono occupate da libri e riviste e, con mio grande conforto noto che anche il lettino, su cui presumibilmente dovrei essere visitata, è sotterrato sotto varie pile di tomi.
“E ora? Cosa facciamo?Da dove cominciamo?”
Mi interroga il Mio Ometto.
“Dalla scrivania? Tu sbaracchi e io spolvero?”gli rispondo seria seria.
“Se almeno potessimo sederci!”
E, infatti, possiamo:
“Buttate tutto per terra e accomodatevi pure! Eccomi, scusate il ritardo. Piacere, sono il Dott. Tarlo”
“Salve, buongiorno, beh ecco..ops..scusi ha detto per terra? È sicuro? C’è una cartella clinica qua…anche quella? Ah va bene, come vuole. Sì grazie, siamo a posto”
Il mio dottore è un uomo alto, brizzolato e con un bel sorriso: assomiglia un po’ ad Henry Fonda adesso che ci penso anche se ha quell’aria da scienziato pazzo con gli occhiali sulle ventitré e i capelli scompigliati, tutto sommato mi ispira fiducia, almeno per ora.
Mi porge la mano e io gliela stringo: è una mano ruvida, callosa, sembra quella di un artigiano, non certo di un accademico.
“Allora, da dove vogliamo cominciare? Non mi dia i referti medici, no no, non so che farmene. Parli con me, mi racconti tutto, con parole sue.”
Oddio non vuole i referti, devo usare parole mie e ora come faccio? Non mi sono preparata, non ho studiato, non mi ricordo niente, nemmeno perché siamo qua!
“Ecco io, non saprei, insomma, cioè, vede è che…mi hanno bloccato le tapparelle e io non riuscivo ad alzarle e poi hanno costruito più scalini e le bottiglie d’acqua, ecco, finiamo per prendere sempre quelle che non si aprono e poi mi cade la testa nel piatto e devo fare i minipisoli. Ecco.”
L’ho detto tutto d’un fiato, sono riuscita a dire tutto quello che non volevo dire esattamente nel modo in cui non lo volevo dire.
Non ho coraggio di voltarmi e guardare il mio indispettito Compagno Adulto che di sicuro si starà vergognando di me ma mi sento addosso i suoi occhi pieni di delusione: cosa ho combinato?

Ho immaginato, allora, di guardare diritto di fronte a me senza avere paura delle conseguenze ed ho immaginato un estraneo che, al di là della scrivania, mi sorrideva e, facendo sì con la testa, mi diceva: “Ho capito, mi creda, ho capito tutto.”

QUINTA PUNTATA

VIA DEGLI ALBERI N°5
Dott. Ugo Carlo Tarlo Drosofila
- ENTOMOLOGO –

La targa è ovale, d’oro e posizionata su una colonnina, esattamente sotto al campanello.
“Ma che nome è Carlo Tarlo?” chiedo infastidita.
“Particolare, direi. Suoniamo?”
“Anche no.”
“Cosa vuol dire anche no? Non cominciare!”

Eccoci qua noi due, in piedi davanti al campanello, tremiamo un po’, lo sento, un po’ dal freddo perché siamo in mezzo ad un bosco e non filtra nemmeno un raggio di sole e un po’ dalla paura di quello che ci aspetta.
Suona tu, no suono io, no dai suona tu, smettiamola tanto ho già suonato e il cancello si apre.
Mi guardo intorno e vedo tutto questo: la casa ha tre piani, sembra altissima, è bianca con gli infissi color glicine e varie torrette da cui esce un sottile fumo nero (ma quanti caminetti hanno?).
La facciata è quasi del tutto occupata da un porticato di colonne avvolte da un’edera verde e rigogliosa mentre alle finestre troneggiano cascate di gerani (sento già la voce di mia madre: hai chiesto che fertilizzante usano?)
La porta d’ingresso è bianca e massiccia ma quello che mi colpisce è l’enorme lampadario che pende dal soffitto del portico: è molto elaborato e color oro come le maniglie dei serramenti, ne vorrei uno a casa mia. (mentalmente annotato)
Il vialetto che conduce all’ingresso è piastrellato e l’erba che lo costeggia è bassa e molto curata, c’è un profumo fresco di prato appena rasato; ci sono aiuole colorate un po’ ovunque, ognuna circondata da una sottile recinzione verde.
Siamo immersi nell’osservazione di questo piccolo angolo di paradiso quando scorgo, in fondo al giardino, un movimento e un’ombra:
“Ho visto qualcosa muoversi! Hanno un cane! Oddio corriamo dentro! Ma il cartello non c’era?”
Nel giro di pochi attimi sono già alla porta d’ingresso e, presa dal panico, sto tentando di forzare la maniglia ed aprirla.
Mi giro un istante a cercare conforto e protezione nel Mio Accompagnatore e lo vedo beato e pacifico, con i piedi immersi nel soffice tappeto d’erba, ad indicare qualcosa a sinistra del porticato:
“Vieni, è bellissimo.”
“E’ un cane, so già come è fatto. Se fai così poi ti viene vicino, per l’amor di Dio!”

“Non è un cane, vieni qua dove sono io: è bellissimo ti dico.”
Faccio pochi passi, calpesto anche io il praticello così ben curato e con lo sguardo seguo la direzione indicata: quello che vediamo è davvero bellissimo ed è anche insolito, surreale, quasi fiabesco.
Davanti a noi c’è un pavone: cammina dentro un recinto e la poca luce che filtra tra gli alberi riflette sul piumaggio di mille colori e sulla ruota che si porta orgogliosamente dietro come un trofeo.
E’ enorme, non so perché ma non me lo immaginavo così grande e imponente, a dire il vero fa un po’ timore.
O forse quello che ci inquieta di più è il fatto che di pavoni ce ne sono due, anzi tre, no, no, ce ne sono sei!
“Siamo nel giardino di un tizio che ama gli insetti e ha una casa con almeno cento caminetti più un recinto con sei pavoni. Mi porti via per favore?”
Piagnucolo aggrappandomi al braccio del Mio Prode Eroe.
Troppo tardi:
“Buonasera, vi stavamo aspettando. Accomodatevi pure!”
Una dolce vecchietta in ciabatte e grembiule da cucina è sulla soglia di casa e ci fa cenno di entrare.
Come rifiutare?

QUARTA PUNTATA

Sono seduta sulla mia poltrona preferita e guardo la televisione che è spenta e che quindi, almeno credo, si chiama “televisore”.
Il Mio Ometto incalza:
“Perché non gli hai chiesto di più? Cos’è questa storia che devi andare da un entomologo? Non sei mica una bestia!”
“Non credo, non ancora almeno. C’è qualcosa di kafkiano in tutto ciò, non credi?”
No, non crede e invece ora ha fretta:
“Siamo in ritardo per la visita. Vado a prendere la macchina, guido io.”
Ho immaginato, quindi, di salire in macchina e di sedermi al lato del passeggero, poi ho immaginato di voltarmi, sentire scricchiolare il collo, guardare l’autista e infine dirgli: andiamo dall’entomologo.
Non solo, ho anche, forse, creduto di pensare a questo:
“C’è qualcun altro là fuori che ha quello che ho io, qualunque cosa sia?”
Quindi la strada scorre e io cerco di capire se quest’idea mi consola o mi fa stare peggio: da un lato il fatto che questa malattia esista davvero, che altri l’abbiano e che esista uno specialista che la cura, la rende molto reale e io non sono certamente pronta ad accettare la mia nuova condizione.
D’altra parte però, se mi fermo a pensarci, l’idea di non essere sola, che ci sia qualcun altro con cui scambiare notizie, consigli e paure, non dev’essere male, anzi mi è quasi di conforto.
E mi capita, forse, di pensare a quanto io sia stanca, soprattutto moralmente e mi sento, forse, stupida perché so che sentirsi già stanchi all’inizio di un lungo viaggio, è, appunto, da stupidi e non so consolarmi e non so trovare una scusa.
Tutti questi pensieri mi frullano in testa e fanno tanto rumore così quando il Mio Paziente Autista mi chiede se voglio un po’ di radio, gli rispondo distrattamente:
“Ecco sì per favore, abbassa il volume perché mi scoppia la testa.”
Insiste:
“Hai pensato a cosa dirgli?”
No, invece ora penso al fatto che una volta gli autisti erano muti così i passeggeri potevano badare ai fatti loro in santa pace senza dover per forza razionalizzare ogni folle parto della mente.
“Sì certo. Potrei dirgli, per esempio, che sto…male? Eh che ne pensi?”
Io gli rispondo così.

“Devi descrivergli i sintomi, credo. Devi pensare ad un discorso, una sorta di elenco con la descrizione di quello che ti sta capitando. E poi non vorrai andartene con il dubbio di aver tralasciato qualcosa vero? Ah io non ho la minima intenzione di tornare per una seconda vista, no no!”
Nemmeno a me sfiora il pensiero di rifare questa lunga e tortuosa strada e rivivere queste spiacevoli sensazioni che ora includono, grazie alle parole del Mio Autista, la paura di dimenticare di dire qualcosa al dottore.
Avrei dovuto fare un elenco, qualche appunto o almeno avrei dovuto informarmi di più per poter fare qualche domanda ma no, non ho fatto niente di niente e ora: panico!
C’è ancora del tempo prima di arrivare (così dice il navigatore) e posso rimediare se voglio:
1)dolori alle articolazioni (io avrei fatto un elenco completo: ginocchia, polsi, gomiti, caviglie…ma il dottore, zittendomi, mi ha informato che “articolazioni” le riunisce tutte);
2)febbre (e qua ci capiamo, no?)
3)debolezza muscolare (dirò queste due parole con decisione e fermezza, in modo che risultino assolutamente sufficienti a capire cosa intendo anche perché altrimenti dovrò fare l’imbarazzante esempio di quando mi cade la testa in avanti mentre guardo la tv o di quando, durante la cena, mando giù bocconi interi perché non ho la forza di masticare. Ecco, eviterei queste umiliazioni)
4)stanchezza generale (qua la faccenda si complica, chissà se devo dirgli che durante la giornata devo fare dei “minipisoli” altrimenti la sera mi “spengo”?)
“Se gli dico “minipisoli” lui capisce?”
“Perché devi sempre usare questo linguaggio da cartone animato? Digli che devi fare delle brevi dormite durante la giornata altrimenti…”
“Mi spengo!”
Lo interrompo entusiasta: il puzzle si sta alla fine componendo!
“Ti spegni! Cosa vuol dire che ti spegni? Parla di astenia, di stanchezza, difficoltà di concentrazione e del fatto che la notte poi dormi anche 12 ore, non ci crederà mai perché non è umanamente possibile, ma tu devi farglielo presente. Insomma parla come un adulto per piacere!”
Siamo un po’ nervosetti, il Mio Autista ed Io.
Fatto sta che mi sono già dimenticata l’elenco e nel frattempo mi sono venute in mente mille altre cose ma non so come tradurle in un linguaggio da adulto.
“Per esempio come gli dico quella cosa delle tapparelle la mattina?”
“Gli dici che appena alzata dal letto non hai la forza muscolare di alzare le tapparelle di camera tua! Mica è difficile! Sentiamo, tu come glielo avresti detto?”
“Un po’ come l’ho detto a te quella volta: qualcuno deve aver manomesso il meccanismo e io non riesco a sbloccarlo!”
“Aggiungi la paranoia tra i sintomi e posso già immaginare quale sarà la diagnosi!”
“E cosa mi dici degli scalini dal garage al portoncino? Quello che succede non posso essermelo inventato!”
Ah ah! Teoria inconfutabile.
O forse no:
“Nessuno ha, nottetempo, costruito degli scalini in più dal tuo garage alla porta d’ingresso, per l’amor del cielo! A te sembrano di più perché fai fatica a fare le scale!”
Era meglio se venivo da sola.

Ho immaginato di guardare fuori dal finestrino e non riconoscere più il panorama, ho anche, forse, visto tanti alberi alti e tristi che avrei sempre, lo so, legato a queste spiacevoli sensazioni.

“Ho i referti degli esami. Parleranno loro per me. Così tu non ti vergognerai dei quello che dico e io non verrò rinchiusa in un ospedale psichiatrico. Felice?”
“Ci siamo. Siamo arrivati, credo.” L’Autista ricontrolla il navigatore satellitare ma qua non funziona (ma dove mi hai portato se non funziona nemmeno il navigatore?), siamo fuori dal mondo, accerchiati dalla natura incombente e alla ricerca della casa di un entomologo.

TERZA PUNTATA

Ora sono di nuova sola così posso, purtroppo, guardare i fogli che stringo in mano e mi viene in mente che ho scelto un venerdì per andare a fare questi benedetti esami, è venerdì santo precisamente e la domenica di pasqua, durante un breve giro in bici, sono caduta.
La cosa strana e imbarazzante, è che sono praticamente caduta da ferma! Ho provato a mettere giù la gamba ma ha ceduto e non so perché il mio corpo faccia un po’ quello che gli pare ultimamente, questa cosa mi irrita parecchio.
Non è stato piacevole raccontare all’infermiera del pronto soccorso che la caviglia gonfia è dovuta ad una banale caduta dalla bici: lei non ci crede e, prima di scriverlo sul referto, me lo chiede due volte:
“Ma qualcuno le è venuto addosso? Ma andava veloce? Ma è sicura di aver fatto tutto da sola?”
Sì sono sicura, va bene? Sono un’imbranata cronica, va bene? Ho le gambe mollicce, va bene?
Si fidi, no?
Non ricordo neanche quando sono cominciati i dolori, so che ci ho messo qualche mese prima di decidermi ad andare dal dottore a dirgli che avevo bisogno di un ricostituente, di qualche vitamina o sali minerali perché stava diventando tutto un po’ troppo difficile: dall’aprire una bottiglia d’acqua, al tirare su le tapparelle la mattina, al lavarmi i capelli sotto la doccia.
Adesso ho in mano i risultati e sono seduta nella sua sala d’aspetto, reggo quei fogli come se avessi paura di perderli e mi rendo conto per la prima volta che forse è importante per me sapere cosa davvero mi stia succedendo.
Ho la mente così affollata di pensieri, voci e terrori che il tempo passa veloce, non mi serve nemmeno leggere una rivista per ingannare l’attesa, non ascolto i fastidiosi pettegolezzi di cui si riempiono la bocca gli altri pazienti: non me ne frega niente!
Ho il respiro un po’ affannato e mi rendo conto che sono in piedi molto prima che sia il mio turno, percepisco lo sguardo di alcune persone su di me, forse credono che voglia saltare la fila e non sanno che l’unica cosa che realmente vorrei fare è mollare gli esami lì e scappare.
Non c’è molto da dire ed è inutile girarci intorno: ho paura.
E’ una di quelle paure che ti bloccano il cervello e non ti danno l’opportunità di ragionarci sopra, voglio scappare ma voglio sapere, voglio rimanere ma non voglio che il dottore veda i miei esami.
Sono in tilt ed è in questa condizione che consegno il referto al medico, ovviamente ci mette una vita a leggere tutto e nel frattempo riesco a farmi i solchi con le unghie nei palmi delle mani e io non lo so ancora ma mi aspetta un futuro di solchi nelle mani.

“Non va bene.”
Sospiro.
“Non va affatto bene”
Sospiro di nuovo.
Alza la testa e mi guarda:
“C’è qualcosa che non va!”
Deglutisco.
E aspetto.
Aspetto che mi dica quanto è grave, aspetto di scoprire la natura umana di questo dottore: quanto sia un tipo apprensivo, uno di quelli che, per un raffreddore, prescrivono l’antibiotico a largo spettro e ti angosciano l’esistenza con scenari apocalittici sulle temibili conseguenze di un’influenza mal curata.
Quindi mi chiedo: sei un fifone, caro dottore?
Sei un pessimista? Forse un catastrofista?
O vedi la vita in rosa, sempre e comunque?
Dentro di me io spero che tu sia un vigliacco, un codardo che si spaventa per una stupidaggine perché in fondo è quello che io, in questo momento, vorrei avere: una stupidaggine.

“Ci vuole uno specialista”
Alla fine hai parlato.
Oh signore fa che non sia un oncologo, un ematologo o comunque uno di quelli che guardandoti in faccia sanno dirti la data precisa della tua morte.
“Ho il nome di un ottimo entomologo”
Oh Dio grazie, VIVRO’!



“Ha detto ENTOMOLOGO?”
“Sì sì, ah la ricerca ha fatto passi da gigante ultimamente!”
Passi da gigante, come no.


Il resto della conversazione è buio, non ricordo cosa sia successo, come io abbia reagito, semmai abbia avuto la prontezza di spirito di reagire ma, ripensandoci ora, credo di essere stata zitta, di aver annuito e sorriso come mi riesce tanto bene in situazioni come questa in cui, molti altri, farebbero domande sensate, richiederebbero utili informazioni o, per lo meno, ammetterebbero di avere bisogno di capire cosa sta succedendo.
Così me ne esco dallo studio del mio medico con un foglietto su cui è scritto a chiare lettere:
“Richiedesi visita entomologica urgente”
E io non so se essere più spaventata dall’ultima o dalla penultima parola.

Quello che so è che ho la testa dolente, mi tremano un po’ le gambe e sento che in mano ho un biglietto per una giostra sconosciuta su cui, anche se non ne ho voglia, mi tocca salire.

SECONDA PUNTATA

Pensieri interrotti dal Pinscher nano che, inaspettatamente, rientra:
“Ehm senti Cosa, che hai? Una giornata shit?”
Shit? Cosa cavolo vuol dire una giornata SHIT? Ma come parla?
“No, niente di che, sul serio, ora mi passa.”
“No perché anche a me capitano giornate così, magari non PERIODIcamente come a voi, cioè a te, ecco. La cosa migliore è non pensarci e tirare dritto: il lavoro è la miglior cura!”
Ma va, non l’avrei mai detto.
“Davvero sto bene, non è quello che pensi. È che ho delle cose…”
“Le tue cose! Sì sì l’avevo intuito!”
“No, non cose come intendi tu, ho solo delle cose da fare.”
Oddio non riesco più a guardarlo in faccia, anzi nemmeno nella sua direzione ed è piuttosto difficile perché occupa gran parte della stanza. Abbasso lo sguardo ma ho ancora tra le mani i risultati degli esami e così rischio di rimettermi a piangere allora mi volto verso il pc ma è ancora spento, quindi vago in cerca di un appiglio: tasca del cappotto, maniglia della porta, termosifone, cavallo dei suoi pantaloni. No! Ho davvero lo sguardo fisso sul suo…non voglio pensarci, ho le guance in fiamme, sento la vena del collo che pulsa e non so come uscirne.
“Ti serviva qualcosa?” chiedo senza riuscire a distogliere lo sguardo ma cercando di sembrare perfettamente a mio agio.
“Sì in effetti. Mi servono i resoconti e mi servono asap
“Che immagino non significhi: “Attendo Speranzoso, Almeno Provaci!”, giusto?”
(E’ che odio quando usa gli acronimi: l’unica sigla che io conosco è TVB e mi sono accorta solo recentemente che il mio cellulare la trasforma automaticamente in UVA, il che vuol dire che negli ultimi tempi ho spedito vari grappoli di succosi acini a ignari nominativi che ho in rubrica, poveri loro.)
“Direi di no”
e se ne va.
Diomio, la conversazione più imbarazzante della mia vita: d’ora in poi andare dal ginecologo sarà una passeggiata.

PRIMA PUNTATA



PORCAPALETTA





L’INIZIO DELLA FINE.
ANZI NO: LA FINE DELL’INIZIO.



“Sei stata tu ad autorizzare questo bonifico, eh Cosa?”
“Chi dove come quando, cosa? Ah io Cosa, ehm no, niente bonifico no.”
“No guarda che non va mica bene così, tu non puoi autorizzare bonifici capito, Cosa?”
Ma porcapaletta che ti urli? Possibile che un omone alto quasi due metri, che peserà 100kg, abbia la voce squillante di un pinscher nano castrato?
Se non la smette di urlare alzo la testa dal foglio e stavolta gli rispondo, giuro che gli rispondo!
Ma la testa dal foglio non la alzo perché ho gli occhi lucidi e inizio a vedere doppio e mi viene da piangere e non voglio che mi veda e voglio un po’ di privacy per fare una telefonata e ho paura perché il Mio Ometto non è a casa e non posso chiamarlo e oddio sto iperventilando e quello continua a squittire.
“Non so niente di quel bonifico, lo giuro!”
Ecco, ho alzato la testa, ha visto che sto per piangere e ha fatto una faccia strana come se un po’ gli facessi pena, un po’ gli facessi schifo e un po’ gli facessi rimpiangere di aver assunto una donna che, essendo tale, è emotivamente fragile.
“Ok, ok, vado a vedere chi dei ragazzi è il colpevole stavolta…”
E così, finalmente, sono di nuovo sola in ufficio e per un attimo mi verrebbe voglia di richiamarlo e dirgli:
“Ehi coso, torna qua, non lasciarmi sola con questo foglio perché non so chi chiamare e non sono pronta per quello che c’è scritto sopra.”Che poi, vai tu a sapere cosa c’è scritto sopra, ci sono tanti numeri, tanti asterischi, un po’ di commenti e sigle che non conosco. Sono i risultati degli esami del sangue che ho fatto un mesetto fa, esami che non avrei dovuto fare e di sicuro che non volevo fare perché io sto bene, non ho niente, sono solo un po’ stanca! Ma il mio medico ha insistito e mi ha prescritto una serie di esami, inutili se volete saperlo, perché io sto bene, non ho niente, sono solo un po’ stanca! (L’ho già detto, vero?)

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